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18 gennaio 2015

Hear the sirens...

"...It’s a fragile thing, this life we lead, if I think too much, I can’t get over
When by the graves, by which we live our lives with death over our shoulders
Want you to know, that should I go, I always loved you, held you high above too
I studied your face, the fear goes away..."

27 marzo 2014

HPDB? Afterhours: questo post contiene bestemmie

Erano gli anni novanta. Reduci dei plasticosi ottanta, scoprivamo il rock nostrano.
Nel magma di band che saltavano fuori da ogni parte, gli AFTERHOURS di Manuel Agnelli.
Qualche disco in inglese e poi, Germi del 1995. Un rock all'americana ma in italiano.
Quindi, porco cristo!

31 maggio 2013

A casa

E poi stasera riascolto un disco che non sentivo da almeno 15 anni.
Un disco che, quando è uscito, venti anni fa, avrò sentito centinaia di volte.
Ricordo quando Ele arrivò con una cassetta "prezzo imposto lire 15.000" e ci disse "ascoltate questo".
Già quel prezzo imposto al ribasso invogliava all'ascolto ma anche all'acquisto.
Un ascolto, due ascolti...cento ascolti.
E poi quella giornata di pioggia nella quale sono andato a prenderla per portarla via.
Ed i concerti. Uno di fila all'altro.
Al Tenax di Firenze eravamo pochi ed ero davanti. In un altro posto all'aperto, del quale non ricordo il nome, a comprare portachiavi e maglietta del gruppo. E prima di pagare salta la luce e...vabeh, so che non si fa, sono andato via senza pagare.
Questo folk irlandese all'emiliana che ci faceva ballare, senza fiato, senza coordinazione, senza maglietta.
E l'amica che storpiava il nome. Sempre. Ogni volta e senza farlo di proposito.
E poi "certo che il cantante che è andato via era quello più bravo dei due che avevano". E anche "questo che è rimasto, è bravo, ma alcuni pezzi propri non riesce a farli". Frasi ripetute a turno ma sempre da sotto uno dei loro palchi. Con l'affetto di chi si riuniva in un'unica grande famiglia.
E lei non c'era già più ma c'erano ancora mille strade, mille girotondi con gli avambracci intrecciati, mille mani unite, mille mani al cielo, mille baci nascosti al cuore.
E stasera...ho riportato tutto a casa...

12 giugno 2012

2012.06.10 - Stadio "Artemio Franchi", Firenze. Bruce Springsteen & The E-Street Band": Who’ll stop…

Acclamato, desiderato, atteso…alle venti e trenta sale sul palco con le sue Telecaster e la sua E-Street Band. Non scenderà prima che siano passate tre ore e venti.
Il Boss parte forte: “Badlands e “No Surrender”. Un “uno-due” che ti stacca i piedi dal suolo, che spinge in alto le mani e fa uscire la voce.
Dopo la coppia iniziale e un terzetto dal nuovo disco, è il momento di “My city of ruins”. E la mente corre a tre anni fa, a Roma, quando la dedicò a L’Aquila, mentre oggi si pensa anche all’Emilia mentre si ascolta una versione piuttosto gospel e dilatata che, forse, ha tolto un po’ di carica emotiva al brano.
E poi avanti, alternando vecchi cavalli di battaglia ai brani del nuovo disco (non tutti riuscitissimi, a mio parere).
E poi...pronti? via!...Dopo venti minuti inizia a piovere. Una pioggia di canzoni accompagnata dalla pioggia, quella vera. Qualcuno abbandona e va a cercare riparo,  il resto, quasi tutti, resta in posizione e continua ad urlare alle nuvole il sentimento comune che lega chi ama certe canzoni e certi artisti.
Acconciature preparate con cura perdono volume, ombrelli si aprono, cerate vengono dispiegate. Altri, non trovando di meglio si tolgono anche la maglietta.
Springsteen non si risparmia quando si tratta di avvicinarsi al proprio pubblico; così, buona parte del concerto la passa sotto la pioggia, suonando e cantando ma, soprattutto stringendo mani che a loro volta gli afferrano i polpacci come fossero la base di un statua dedicata ad una divinità pagana.
“Waitin’ on a sunny day” è il brano che fa sentir tutti eroi sotto il diluvio (ma doveva ancora peggiorare) ed il Boss lo sa. Gode del suo pubblico che, pur sapendo che il sole non andrà a splendere, vede nella sua musica quel sole che potrebbe asciugar loro almeno il cuore. Prende un bambino e lo fa cantare, così come, su “Dancing in the dark”, prende una ragazza dal pubblico per il solito balletto. Loro sono solo la punta dell’iceberg dei 45.000 del “Franchi” perché tutti cantano e tutti ballano, perché la pioggia che cade spinge a muoversi ancora di più, perché malgrado il maltempo, ogni tanto si sente la voglia di assistere ad uno spettacolo musicale che possa far dimenticare quello che c’è al di fuori di queste tre ore di musica.
E prima della micropausa c’è tempo per tre delle migliori frecce nella farestra del buon Bruce: "The River", "The Rising" e "Backstreets".
Mentre sparge, qua e la, alcune cover, si arriva al massimo della potenza della pioggia e, come se fosse stato scritto nel grande libro dello spettacolo, parte “Born to run”. ”One, two, three, four…” e non c’è più pioggia, c’è solo una delle migliori rock-band del pianeta e della storia della musica, uno dei migliori songwriter che, fortuna ha voluto, io potessi ascoltare e uno dei migliori brani mai concepiti.
Tutti cantiamo di come “i vagabondi come noi sono nati per correre”; anche sotto l’acquazzone che ci bagna il viso ed inzuppa i vestiti, perché, forse, dietro le nuvole, c’è una Wendy con cui poter costruire qualcosa.
Sembra che niente e nessuno possa impedirci di fare quello per cui siamo nati; possa fermare la nostra "corsa".
Così come niente e nessuno ferma Springsteen. Nemmeno l’assenza pesante di Big Man che, già al primo solo di sax, mi è sembrata ancor più evidente. Eravamo solo alla prima canzone in scaletta e già la commozione per il vuoto fisico, musicale ed emozionale faceva tremare i dotti lacrimali. Almeno i miei.
Parafrasando, la sua assenza è stato un assedio che si è sciolto solo verso la fine, durante “Tenth Avenue Freeze-Out”, quando “…the change was made uptown and the Big Man joined the band…”, quella stessa band ha smesso di suonare, le luci si sono abbassate ed è partito un filmato tributo al grande Clarence. E, non so perchè, ma una sensazione di pace mi ha pervaso. Musica, immagini e silenzio sono stati catarsi, per il solo fatto che hanno reso protagonista del proscenio, un’assente. E ci sarebbe stato da piangere se la musica non fosse ripartita come a ricordare che lo spettacolo continua e che Clemons sembra, e sembrerà per sempre, incastonato nelle note che escono dalla chitarra del Boss, al di la del dolore, come a dargli ancora più forza. Una forza che, passati i sessanta, pare quasi innaturale.
Forza trasmessa fino alla fine. “Twist and Shout” e “Who'll Stop the Rain?” ballate e cantate a squarciagola senza maglietta (perchè “ormai..bagnato per bagnato”) e che hanno messo la parola fine alla serata che, in realtà, sa tanto di arrivederci, perché malgrado tutto, Springsteen e la E-Street band non possono essere fermati.
In fondo, come si fa a fermare quarant’anni di musica che batte con il ritmo del nostro cuore?

…and i wonder…still i wonder…who’ll stop the rain?...

Setlist:
Badlands
No Surrender
We Take Care Of Our Own
Wrecking Ball
Death to My Hometown
My City of Ruins
Spirit in the Night
Be True (Premiere: Tour debut)
Jack of All Trades
Trapped (Jimmy Cliff cover)
Prove It All Night
Darlington County (With Honky Tonk Woman intro)
Burning Love (Elvis Presley cover) (Premier: Tour debut - Sign Request)
Working on the Highway
Shackled and Drawn
Waitin' on a Sunny Day
Apollo Medley
The River
The Rising
Backstreets
Land of Hope and Dreams
Encore:
Rocky Ground
Born in the U.S.A.
Born to Run
Hungry Heart
Seven Nights to Rock (Moon Mullican cover)
Dancing in the Dark
Tenth Avenue Freeze-Out
Encore 2:
Twist and Shout (The Isley Brothers cover)
Who'll Stop the Rain? (Creedence Clearwater Revival cover)

3 maggio 2012

Canzoni e onestà

Non ho mai combattuto e posso scrivere la mia indignazione per la guerra...
Cerco di non prevaricare il prossimo e posso scrivere di chi lo fa...
Sono laureato in storia (anche se non sembra) e posso scrivere di fatti storici...
Sono stato a contatto con i "matti" e posso scriver di loro...
Ho amato (credo) e posso cantar d'amore...
Ho sofferto e posso scrivere come catarsi...
Tutto sommato ed in maniera involontaria, ho una certa casuale onestà intellettuale.

5 aprile 2012

Dodici - e più - concerti (ai quali ero presente)

1.   Francesco Guccini - Palasport, Firenze. 1993 (?)
2.   Bad Religion - Rolling Stone, Milano. 1994
3.   Pearl Jam - PalaEur, Roma. 1996
4.   Le notti di Maciste (CSI, Marlene Kuntz, Ustamamò, Disciplinata, ecc...) - Cencio's, Prato. 1998
5.   Neil Young -  Piazza Napoleone, Lucca. 2001
6.   Ani Di Franco - Tenax, Firenze. 2001
7.   Pearl Jam - Piazza Duomo, Pistoia. 2006
8.   Okkervil River - Viper, Firenze. 2007
9.   Bruce Springsteen & The E-Street Band - Stadio Olimpico, Roma. 2009
10. Afterhours - Teatro Comunale, Firenze. 2010
11. Pearl Jam - Parco S.Giuliano, Mestre. 2010
12. Davide Van de Sfroos - Sashall, Firenze. 2011

Sono questi per stato d'animo del momento, perchè era la prima volta, per la compagnia, per l'artista sul palco, perchè mi son venuti in mente al volo ed altri no...
E poi:
Guccini a Porretta (199x): avevo appena finito la sessione d'esame, sdraiato sul prato con addosso la mia maglietta dei Marlene e accanto la ragazza che mi piaceva ma con la quale eravamo rimasti amici
Disciplinatha a Pistoia (199x. Auditorium): spaccavano di brutto
Marlene Kuntz: al Cencio's, nel 1999, ero sporco di fango perchè avevamo impatanato la Uno di sua madre che poi abbiamo lavato con un tubo di gomma di un benzinaio chiuso. Lavato...bagnato, via!
Modena City Ramblers: non ricordo dove e quando ma ballavo a torso nudo ed era estate ed ero ancora un pupo e, cazzo, quanto stavo bene!

5 aprile 2011

26 Marzo: GLF

Un gruppo di orfani si ritrova all'interno dell'Auditorium Flog di Firenze.
Orfani dei CCCP.
Orfani dei CSI.
Orfani dei PGR.
Orfani di Ferretti quando ancora faceva canzoni (poesie? riflessioni acute?).
Orfani di trent'anni di musica italiana, di parole, note, rumori, chitarre distorte e arrangiamenti delicati.
Lui lo sa. Se ne compiace. Sorride sornione perchè alla fine ha vinto ancora. Al di là delle polemiche sulle sue nuove posizioni politico-sociali, tutti siamo tornati alla corte di Re Lindo Giovanni.
L'eremita montano rispolvera alcuni (pochi) vecchi successi e molte delle sue canzoni più recenti. Arrangiamenti minimali, smossi solo dalla drum machine, portano i testi al centro del proscenio in una forma di assoluta celebrazione delle parole.
I suoi compari ("compagni" mi sembra fuori luogo come termine) d'avventura, due reduci dagli Ustmamò, risiedono a destra e sinistra del nostro Ferretti e lo accompagnano. E ci accompagnano nei nostri 15 anni. 20 anni. 30 anni...
Peccato che le "hit" dei CCCP/CSI ne escano mutilate e rilette in chiave poco convincente mentre, per il resto, le chitarre (o il basso) denotino poca fantasia negli arrangiamenti e nei suoni.
Sicuramente un rito al quale presenziare...pardon...un concerto da sentire. Ma solo in memoria dei tempi che sono andati. Dei nostri tempi.
"...anche i miei nonni dovevano scendere a valle per vendere il formaggio..." G.L.F.
"...del resto m'importa 'na sega, sai, ma fatta bene che non si sa mai..." G.L.F.