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3 giugno 2013

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 8

Quella festa, quasi un anno fa, fu solo l'inizio. Quello strano incontro, le botte, i messi successivi a cercare di rimettersi in piedi.
La fatica per costruire, da capo, ogni pezzo senza sapere con certezza se ci sarebbe riuscito.
Non lo ha fatto.
Ancora oggi vaga di festa in festa con un bicchiere sempre diverso in mano.
Pensa, nei pochi barlumi di lucidità, che i momenti nei quali inonda i pensieri di alcol siano quelli nei quali può essere più lucido. Da ubriaco non pensa, o pensa meno o pensa in modo diverso.
Certo, il giorno seguente non tutti i ricordi sono perfettamente allineati ma sul momento, nel presente, tutto sembra apparirgli più facile.
Vaga per locali e stanze private tra gente in preda a divertimenti lisergici. Stringe gli occhi quando intorno viene circondato da genti immerse in felicità postmoderne e forzate.
I suoi occhi lucidi cercano un barlume di bellezza. Di quella bellezza ormai perduta.
Quando l'aveva trovata, era rimasto indifferente, immobile, attonito. Senza afferrarla.
Oggi è così.
Herbert siede su di una panchina nel tepore dell'ora primaverile che precede il pranzo e ripensa ai mesi successivi e agli eventi dei giorni recenti.
L'ha conosciuta solo pochi giorni prima e, dopo più di un incontro, ancora non capisce.
E lui odia non capire chi gli sta davanti. Si chiede se lei abbia questo attegiamento sbeffeggiante per protezione oppure perchè ritiene che lui se lo meriti. Non capisce il motivo della distanza che gli sembra esserci, del perchè lei la continui ad alimentare ma, paradossalmente, si chiede come mai lei lo cerchi con costanza scientifica. Sembra quasi che lei lo voglia incontrare e conoscere ma poi, una volta insieme, se ne penta, venga assalita dalla noia o chiassà cos'altro. Oppure che lei si aspetti certe prese di posizione che, al contrario, lui pensa di non potersi permettere.
Herbert siede fumando e pensa che odia non riuscire a decifrare gli altri. Non riuscire a capire gli atteggiamenti o quali possano essere le reazioni alle sue azioni o parole.
Così diventa un navigare a vista e lui, senza punti di riferimento, tende ad auto-ammutinarsi. Ad essere del tutto onesti: tende ad auto-ammutinarsi più del solito.
(...continua...)

29 gennaio 2013

Il paradosso del gatto di Schrödinger

Supponiamo di avere un gatto chiuso in una scatola dove un meccanismo (col quale il gatto non può ovviamente interferire) può fare o non fare da grilletto all'emissione di un gas velenoso. Per entrambe le situazioni la probabilità è esattamente del 50%. Secondo Schrödinger, visto che è impossibile sapere, prima di aprire la scatola, se il gas sia stato rilasciato o meno, fintanto che la scatola rimane chiusa il gatto si trova in uno stato indeterminato: sia vivo sia morto. Solo aprendo la scatola questa "sovrapposizione di stati" si risolverà, in un modo o nell'altro. La vita del gatto è di fatto nelle nostre mani: può sembrare paradossale, ma il senso è che l'osservazione determina il risultato dell'osservazione stessa.

20 agosto 2012

Mezza estate e mezzo autunno


Nel giardino dei suoni, Alice è in catene.
Miele di fango e marmellata di perla le bastano per sopravvivere al tempio di pietra e ai suoi piloti.
Intanto, il Nirvana è un buco lontano ma, durante una cattiva e folle stagione, è normale sentire alberi che, sulle rive del fiume verde, urlano: 
"MADRE!!!"
"AMORE!!!"
"OSSA!!!"

12 giugno 2012

2012.06.10 - Stadio "Artemio Franchi", Firenze. Bruce Springsteen & The E-Street Band": Who’ll stop…

Acclamato, desiderato, atteso…alle venti e trenta sale sul palco con le sue Telecaster e la sua E-Street Band. Non scenderà prima che siano passate tre ore e venti.
Il Boss parte forte: “Badlands e “No Surrender”. Un “uno-due” che ti stacca i piedi dal suolo, che spinge in alto le mani e fa uscire la voce.
Dopo la coppia iniziale e un terzetto dal nuovo disco, è il momento di “My city of ruins”. E la mente corre a tre anni fa, a Roma, quando la dedicò a L’Aquila, mentre oggi si pensa anche all’Emilia mentre si ascolta una versione piuttosto gospel e dilatata che, forse, ha tolto un po’ di carica emotiva al brano.
E poi avanti, alternando vecchi cavalli di battaglia ai brani del nuovo disco (non tutti riuscitissimi, a mio parere).
E poi...pronti? via!...Dopo venti minuti inizia a piovere. Una pioggia di canzoni accompagnata dalla pioggia, quella vera. Qualcuno abbandona e va a cercare riparo,  il resto, quasi tutti, resta in posizione e continua ad urlare alle nuvole il sentimento comune che lega chi ama certe canzoni e certi artisti.
Acconciature preparate con cura perdono volume, ombrelli si aprono, cerate vengono dispiegate. Altri, non trovando di meglio si tolgono anche la maglietta.
Springsteen non si risparmia quando si tratta di avvicinarsi al proprio pubblico; così, buona parte del concerto la passa sotto la pioggia, suonando e cantando ma, soprattutto stringendo mani che a loro volta gli afferrano i polpacci come fossero la base di un statua dedicata ad una divinità pagana.
“Waitin’ on a sunny day” è il brano che fa sentir tutti eroi sotto il diluvio (ma doveva ancora peggiorare) ed il Boss lo sa. Gode del suo pubblico che, pur sapendo che il sole non andrà a splendere, vede nella sua musica quel sole che potrebbe asciugar loro almeno il cuore. Prende un bambino e lo fa cantare, così come, su “Dancing in the dark”, prende una ragazza dal pubblico per il solito balletto. Loro sono solo la punta dell’iceberg dei 45.000 del “Franchi” perché tutti cantano e tutti ballano, perché la pioggia che cade spinge a muoversi ancora di più, perché malgrado il maltempo, ogni tanto si sente la voglia di assistere ad uno spettacolo musicale che possa far dimenticare quello che c’è al di fuori di queste tre ore di musica.
E prima della micropausa c’è tempo per tre delle migliori frecce nella farestra del buon Bruce: "The River", "The Rising" e "Backstreets".
Mentre sparge, qua e la, alcune cover, si arriva al massimo della potenza della pioggia e, come se fosse stato scritto nel grande libro dello spettacolo, parte “Born to run”. ”One, two, three, four…” e non c’è più pioggia, c’è solo una delle migliori rock-band del pianeta e della storia della musica, uno dei migliori songwriter che, fortuna ha voluto, io potessi ascoltare e uno dei migliori brani mai concepiti.
Tutti cantiamo di come “i vagabondi come noi sono nati per correre”; anche sotto l’acquazzone che ci bagna il viso ed inzuppa i vestiti, perché, forse, dietro le nuvole, c’è una Wendy con cui poter costruire qualcosa.
Sembra che niente e nessuno possa impedirci di fare quello per cui siamo nati; possa fermare la nostra "corsa".
Così come niente e nessuno ferma Springsteen. Nemmeno l’assenza pesante di Big Man che, già al primo solo di sax, mi è sembrata ancor più evidente. Eravamo solo alla prima canzone in scaletta e già la commozione per il vuoto fisico, musicale ed emozionale faceva tremare i dotti lacrimali. Almeno i miei.
Parafrasando, la sua assenza è stato un assedio che si è sciolto solo verso la fine, durante “Tenth Avenue Freeze-Out”, quando “…the change was made uptown and the Big Man joined the band…”, quella stessa band ha smesso di suonare, le luci si sono abbassate ed è partito un filmato tributo al grande Clarence. E, non so perchè, ma una sensazione di pace mi ha pervaso. Musica, immagini e silenzio sono stati catarsi, per il solo fatto che hanno reso protagonista del proscenio, un’assente. E ci sarebbe stato da piangere se la musica non fosse ripartita come a ricordare che lo spettacolo continua e che Clemons sembra, e sembrerà per sempre, incastonato nelle note che escono dalla chitarra del Boss, al di la del dolore, come a dargli ancora più forza. Una forza che, passati i sessanta, pare quasi innaturale.
Forza trasmessa fino alla fine. “Twist and Shout” e “Who'll Stop the Rain?” ballate e cantate a squarciagola senza maglietta (perchè “ormai..bagnato per bagnato”) e che hanno messo la parola fine alla serata che, in realtà, sa tanto di arrivederci, perché malgrado tutto, Springsteen e la E-Street band non possono essere fermati.
In fondo, come si fa a fermare quarant’anni di musica che batte con il ritmo del nostro cuore?

“…and i wonder…still i wonder…who’ll stop the rain?...”

Setlist:
Badlands
No Surrender
We Take Care Of Our Own
Wrecking Ball
Death to My Hometown
My City of Ruins
Spirit in the Night
Be True (Premiere: Tour debut)
Jack of All Trades
Trapped (Jimmy Cliff cover)
Prove It All Night
Darlington County (With Honky Tonk Woman intro)
Burning Love (Elvis Presley cover) (Premier: Tour debut - Sign Request)
Working on the Highway
Shackled and Drawn
Waitin' on a Sunny Day
Apollo Medley
The River
The Rising
Backstreets
Land of Hope and Dreams
Encore:
Rocky Ground
Born in the U.S.A.
Born to Run
Hungry Heart
Seven Nights to Rock (Moon Mullican cover)
Dancing in the Dark
Tenth Avenue Freeze-Out
Encore 2:
Twist and Shout (The Isley Brothers cover)
Who'll Stop the Rain? (Creedence Clearwater Revival cover)

6 aprile 2012

3 years ago...

Aveva messo i bambini a letto. Non sapeva che sarebbe successo. Tutti lo avevano rassicurato che non c'era alcun pericolo. Ricorda che le chimavano "scosse di assestamento". Una cosa normale, niente di grave. Sapeva che l'Italia era zona sismica e che alcuni lievi fenomeni erano alquanto frequenti.
Ogni tanto pensava che, in passato, in altre parti del paese, c'era stati episodi drammatici legati ai movimenti della terra ma confidava nella scienza e nella tecnologia che usava.
Prima di andare a dormire, aveva finito di vedere un film in dvd. I bambini ormai dormivano ma teneva il volume della tv contenuto per non svegliarli.
Li aveva salutati come sempre. Un abbraccio, un bacio, un "buonanotte", un "andate a letto che domani c'è scuola".
Domani non ci sarebbe stata scuola. Domani non ci sarebbe stata la sua casa. Non ci sarebbe stata la sua città.
E, cosa che non avrebbe mai immaginato, non ci sarebbero stati i suoi figli a ridere con i compagni di classe, a camminare quelle strade.
Schiacciati dal crollo di una parte dell'appartamento che un tempo chiamava Casa.
Nei giorni successivi la disperazione si era mischiata alla voglia di ricostruire e di veder ricostruite le sue strade ed i suoi palazzi.
La rabbia era sgorgata inesorabile di fronte alla certezza che chi aveva promesso di aiutare le persone come lui, preferiva spostarle in altro luogo piuttosto che far di tutto perchè potessero tornare a casa a vivere e a ricordare il passato prima del dolore.
Quella casa dove aveva toccato e annusato i bambini per l'ultima volta.
Quella casa nella quale aveva scoperto che gli sarebbe sopravvissuto e non li avrebbe visti diventare uomini.

5 aprile 2012

Dreams & Visions


Vedo un uomo seduto alla scrivania. Ha un computer davanti ed una chitarra in braccio.
Sta suonando e ogni tanto scrive qualcosa con la tastiera. Con il mouse fa partire la registrazione. Microfono e chitarra sono collegati ad una scatoletta grigia collegata, a sua volta, al retro dello schermo.
Suona il telefono ed è costretto ad interrompere, sbuffando. Risponde. Dall’altro capo del filo si scusano per il disturbo domenicale ma si tratta di una cosa breve e urgente. L’uomo risponde che non c’è alcun problema. Parlotta un po’. Alla fine saluta e riattacca. Pensa che i problemi più urgenti, sono sempre i più semplici da risolvere.
Si volta verso la cornice sul lato destro della scrivania e si ritrova ad osservare, ancora una volta, la foto al suo interno.
C’è un lui di un paio di anni più giovane.
Pensa che, tutto sommato, non è cambiato molto.
Dalle sue spalle, calano due gambe e sopra la propria testa ne vede un’altra. Gli occhi sono i suoi, le trecce sono di un nero identico a quello che conosce bene, per tutte le volte che ci ha tuffato il viso negli ultimi anni. Delle mani si reggono alla testa. Avvicinandosi, nota che intorno alle unghie sono un po’ mangiate. Quasi fosse un segno distintivo della famiglia.
Sorride e pensa che, in fondo, è cambiato tanto, negli ultimi anni.
Quello che lo ha sempre colpito di quella foto, ricordo di una giornata all’aria aperta, è sempre stato l’occhio che il fotografo ha usato. O meglio, l’occhio della fotografa. In quella foto c’è tutto lo sguardo di lei.
Lo stesso sguardo che ricorda lei aveva una sera di tanti anni prima.
Erano sdraiati sul letto e lei lo guardava in quel modo: come se quello fosse lo sguardo definitvo, come se nessun altro lo avrebbe mai guardato così in futuro. Era quello sguardo che, malgrado tutto, gli dava forza in quel momento.
Era una serata strana: di promesse non accettate, di desideri repressi, di sofferenza. Ma erano anche risate e scherzi. Come sempre. Il suo modo di sdrammatizzare lo portava a cercare di farla ridere e di ridere con lei. Non voleva sminuire l’importanza delle cose dette; voleva, soltanto, allentare un po’ la tensione.
In quel momento sembrava che tutto stesse finendo. Malgrado gli abbracci, i baci, le carezze, il bisogno rivelato con gli occhi, i gesti o le parole.
In quei giorni ogni saluto era stato l’ultimo e non potrà mai scordare il terrore di perderla; o la paura che le cose andassero in una direzione nella quale a lui era vietato andare; oppure il sentirsi bloccato in una situazione senza via d’uscita.
La paralisi data dalla sensazione che il suo futuro sarebbe stato compromesso inevitabilmente per errori commessi in passato.
I suoi pensieri vengono interrotti dal rumore della porta che si apre.
Distoglie gli occhi dalla foto e fa in tempo a salvare quanto registrato prima che, la bambina della foto, arrivi di corsa e gli salti in braccio. Con la bocca sporca di gelato ed un quadrifoglio in mano: “E’ per te! Porta fortuna!”, urla, abbracciandolo.
La ringrazia con un bacio sulla fronte.
Dopo pochi istanti, ecco quello sguardo entrare nella stanza e lui pensa che la fortuna lo ha già premiato anni prima.
E nessun portafortuna potrà mai incrementarla.
E nessun piccone potrà mai abbattere la solidità del muro di quelle sensazioni…neanche dopo tutti quegli anni.

31 marzo 2012

Gusci di noccioline

Intanto, da qualche parte nel mondo...
“Ciao Charles”
“Ciao! Come te la passi?”
“Bene. Torno adesso da trovare mio fratello. Ora vive lontano e, quando si sente solo, io sono l’unica che gli da sicurezza”
“Mi ricordo quando andava in giro con quella coperta pensando che lo avrebbe protetto”
“Già! Fossi stata meno irascibile e stronza forse non gli sarebbe servita…E tu? Come stai? Come è finita poi con la ragazzina dai capelli rossi?”
“Alla fine mi sono dichiarato e siamo anche stati insieme per un periodo. Poi  ho mandato tutto all’aria. Ricordi quando eravamo piccoli e pensavo di essere sbagliato? La penso ancora così”
“Non è vero. Sei una delle persone migliori che abbia mai conosciuto anche se non lo davo a vedere. O, forse, non lo capivo e, di sicuro, ero troppo presa da me stessa. Oggi sono diversa. Per fortuna. Mia e degli altri. È successo tutto in un attimo. Quando, con la famiglia, ci siamo trasferiti, Schroeder si è accorto di cosa stava perdendo e si è dichiarato, ho avuto come un’illuminazione”.
“Ah Ah! Anni e anni appoggiata a quel pianoforte e lui se n’è accorto solo quando ti sei alzata per andare via”.
“Si. Mi sono resa conto che non gli piacevo per il tipo di persona che ero in quel momento. Mi ha detto che sarebbe bastato che io fossi cambiata perché dentro avevo cose belle da donare. Purtroppo era tardi. Sono anni che non lo vedo ma so che, alla fine, è riuscito a diventare un musicista affermato. Leggo di lui ogni tanto sulla stampa nazionale”.
“L’ho incontrato un paio di anni fa. Stava bene. Sempre concentrato su quelle sette note. Anche se, nei suoi occhi, ho intravisto il segno delle occasioni perse. A dirla tutta, ho il sospetto che ritenga che tu sia stata la sua più grande occasione persa…”
“È  capitato, purtroppo”.
“Adesso ti saluto. Devo rimuovere la cuccia di Snoopy. Da quando è morto, non ne ho mai avuto il coraggio ed è diventata un rifugio per gli uccelli”.
“E perché la togli?”
“Con mia sorella, abbiam deciso di vendere il terreno intorno alla casa e non voglio che venga gettata tra i rifiuti. È sempre stata il simbolo della nostra infanzia”.
“Ti capisco. Le cose importanti vanno tenute di conto. A presto allora”
“Ciao, Lucy…”.

26 marzo 2012

Future's chimes Serenade

Ormai non ci vediamo da tanti anni e incrociarti per strada non ha più nessun sapore.
Da quella mail che ti ho mandato anni fa, tutto è finito.
O meglio, non è ricominciato.
Il silenzio dei giorni seguenti è stato un rombo nelle orecchie. La tua assenza una miniera scavata in profondità.
Poi, piano piano, la vita è ripresa normalmente.
Qualche mese dopo ho incontrato una persona e, passato circa un anno, abbiamo deciso di vivere insieme.
Purtroppo non è durata e i piatti volati per aria sono stati la colonna sonora di quel fallimento.
Dopo di lei, è seguito un periodo di calma fino a quando non ho incontrato la futura madre di mio figlio Edoardo (come il cantante del gruppo che mi faceva impazzire quando ero più giovane).
Non è stato facile perchè lei era una cantautrice mediamente nota e spesso eravamo lontani per le sue turnè, quando io non potevo seguirla. Almeno sono finito nelle note di alcuni suoi cd e una manciata di sue canzoni erano dedicate o ispirate a me. Come in "Alta fedeltà" il sogno del protagonista si era avverato.
Non ho mai fatto bungee jumping come mi ero ripromesso perchè, a forza di rimandare, l'idea è sfumata.
Sono però stato a New York e nelle capitali della musica del Nord America: Chicago, New Orleans, Cleveland, San Francisco, Los Angeles e Seattle. E' in quest'ultima che l'ho conosciuta.
Mi ero appostato fuori dagli studi della band di cui sopra e, dopo un'ora, mi sono accorto che non ero solo. Dopo una serie di sguardi di nascosto, lei mi ha chiesto in inglese, di dove fossi. Aveva circa dieci anni meno di me ma i tratti del volto erano già quelli di una donna che sa cosa vuole e cosa, invece, vuole evitare.
Fortunatamente, io non rientravo nella seconda lista.
Abbiamo passato un paio di giorni insieme tra concerti, negozi di vinili e negozi di strumenti musicali.
In uno di questi, ci siamo accorti di volere la stessa chitarra e, senza sapere bene perchè, l'abbiamo comprata a metà. Quella chitarra, oggi, fa bella mostra di se nell'ingresso di casa nostra.
Al ritorno in Italia, ci siamo rivisti ed ho scoperto che lavoro facesse. Non seguivo più le novità musicali da un pò ed il suo nome o il suo volto mi erano ignoti. Quando mi ha detto cosa faceva per vivere, mi sono sentito come se avessi conosciuto la persona che avrei voluto essere: per il tipo di attività ma anche per il carattere e l'intelligenza.
Abbiamo cominciato a frequentarci nei week-end: a volte veniva lei da me, altre io la raggiungevo nelle città dove teneva i concerti.
Una sera, dopo quello che avevo scoperto essere il suo pezzo più famoso (una ballad elettrica sulle scoperte piacevoli dell'esser vivi) ha introdotto il pezzo successivo con parole che non scorderò mai: "tra le miglori scoperte e incontri ce n'è uno che mi porto dentro ora e per sempre. Questa è per lui. Si chiama Seattle's chimes serenade".
E la sua band ha attaccato una furiosa cavalcata sui sentimenti, sulle occasioni, sul caso e...su di me... .
In quel momento ho capito cosa saremmo stati nel futuro. Una famiglia.
E' successo tutto in fretta: la casa insieme, la gravidanza, la nascita.
Siamo sempre riusciti a trovare un equilibrio tra il suo nomadismo lavorativo e la vita insieme. Non so come mai ma è successo.
Ed eccomi qua a scriverti dopo anni solo per augurarti di stare bene e che i tuoi desideri si possano essere realizzati. E forse, se non ti avessi vista oggi, non lo avrei mai fatto, ma lo sappiamo bene che la vita è un gioco fatto di casualità, occasioni perse e occasioni date, immerse nel tempo che mette tutto in ordine.
Prima o poi...

15 marzo 2012

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 7

Rimasto solo sulla terrazza, non trova di meglio da fare se non buttare di sotto i bicchieri vuoti.
Non c’è una logica a questa azione. Lo fa.
Sente il rumore dei vetri che s’infrangono in basso e gli sembra che sia il suo Io a frantumarsi in mille pezzi.
Poi si volta e raggiunge l’interno con passo svelto.
Viene fermato da un cameriere che, visibilmente irritato e affaticato, chiede spiegazioni per quel gesto così poco cortese.
Avviene tutto in un attimo.
Sente la mano dell’uomo sull’avambraccio sinistro e non riesce a sopportarla, quasi fosse la catena che lo tiene legato a quel posto.
Si sente braccato e sente salire dentro il desiderio di scontro. Il desiderio di sentire male fisico.
Si divincola con uno strattone e colpisce al volto il cameriere con il pugno destro.
Sente rompersi qualcosa. Non sa se è la sua mano o una parte del volto che ha appena colpito.
L’uomo si affloscia a terra. Ha visto nel suo sguardo la sorpresa e subito dopo lo ha visto come svuotato della colonna vertebrale, da quanto velocemente è volato un passo indietro e poi si è come sgonfiato.
Si sente colpire alle spalle da quello che pensa possa essere un calcio. Perde l’equilibrio e si ritrova per terra.
Intorno a lui ci sono numerosi completi neri, probabilmente i colleghi del neo invertebrato ma, mentre cerca di metterli a fuoco, sente rompersi una costola. O forse più di una. Gli occhi gli si riempiono di lacrime. Quello che ritiene sia un calcio lo ha preso fecandogli esplodere i rimasugli del suo cuore. Quel cuore che, negli ultimi tempi, ha così poco curato.
Altri colpi, da tutte le direzioni, centrano vari bersagli invisibili situati sul suo corpo.
Dopo quei momenti, che sembrano durare troppo, viene sollevato di peso, quasi senza conoscenza, e riapre gli occhi al di fuori del portone da cui era entrato poco più di un’ora prima.
È sdraiato sul marciapiede. Gli gira la testa ma si alza lo stesso. Gli fa male tutto ma riesce a mettersi in piedi.
Sente fitte alla faccia, alla testa, al busto mentre la gamba sinistra sembra cedere ad ogni passo sotto il peso degli eventi.
In faccia ed in testa sente qualcosa di liquido.
In bocca sente un sapore che non ha mai sentito prima.
Comincia a camminare verso un nuovo giorno, nel quale dovrà raccogliere parecchi pezzi e dovrà curare la sua anima ferita. Del corpo, al momento, non si interessa…

(continua…)

6 marzo 2012

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 6


Al ritorno la trova appoggiata con la schiena rivolta al giardino sottostante e gli occhi fissi su di lui.
Avanza lentamente perchè ha sempre avuto problemi a portare più di un bicchiere pieno. Sempre stato più facile svuotarli, i bicchieri. Per non parlare delle tazzine da caffè.
"visto che si è interessata, approfitterei di questa sua curiosità per vedere se riesco a far chiarezza".
Lei gli sorride come se, il fatto che avesse deciso di aprirsi, fosse la cosa più bella che potesse capitare.
Sotto sotto, Herbert sa che potrebbe essere la sua unica occasione prima di tornare a nascondersi.
Maya, come ha detto di chiamarsi la signora, sorseggia lentamente il cocktail che le è stato consegnato e lo fissa. Ancora una volta con l'aria di chi sa, della persona a cui è inutile mentire.
Herbert le racconta tutto, soffermandosi su particolari che lui stesso ritiene superflui. La sua interlocutrice, invece, sembra trovare tutto interessante. Al minimo dubbio sul fatto che possa fingere, la luce nei suoi occhi risponde smentendo inequivocabilmente il sospetto.
Ogni tanto lo interrompe e fa domande, come per farsi un'idea più chiara.
Andando avanti nel racconto, H. ha quasi l'impressione che potrà ricevere la soluzione, la chiave per capire, il raggiungimento della felicità. Ha anche lo strano sospetto che lei conosca già ciò che sta sentendosi raccontare.
"e questo è quanto è successo. Anche se, raccontare due anni in poco tempo non è facile"
Si aspetta una risposta, una frase risolutrice, un consiglio. Addirittura che lei gli scoppi a ridere in faccia.
Invece, all'improvviso, con un guizzo che pareva impensabile, lei lascia cadere a terra il bastone e lo abbraccia.
Lo stringe a se senza alcuna malizia.
E lui inizia a piangere...sente come se tutto fluisse via...inarrestabile...
Sente che quello è un abbraccio familiare; e capisce che  tutto quello di cui aveva bisogno era di essere abbracciato per sentirsi nuovamente sicuro.
La guarda di sfuggita e riconosce per una frazione di secondo il viso di chi lo sta tenendo al sicuro. Haq l’impressione che non sia la prima volta perché vede un viso che ha già visto più volte e che affiora, sotto i segni del tempo, dal volto di quella persona anziana. E, senza pensare di esser diventato matto, sa che quella stessa faccia la rivedrà fanciulla.
In quel volto, tra le lacrime, sta vedendo il suo passato, il presente ed il suo futuro.
Si stacca per asciugarsi le lacrime e quando torna a posare lo sguardo su Maya, vede solo uno spazio vuoto.
Non prova nemmeno a cercarla.
E' scomparsa lasciandogli molto più di quello che pensava: consapevolezza.
La consapevolezza data dallo sguardo d'insieme, dalla prospettiva che spinge al di la del giorno dopo; un filo rosso che lega il suo passato con l'oggi e che servirà da guida per il futuro che lo aspetta.
Tutto legato insieme.
La consapevolezza di voler esser parte di una cosa unica...
E rientra dentro perché non abbandonerà la festa fino a quando non sarà finita.
Non si arrenderà di fronte a qualche difficoltà.

(continua...)

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 5

La cosa peggiore, pensa Herbert, è che devo fingere di essere allegro.
Era stato sempre così. In mezzo agli altri non riusciva a mostrare quello che sentiva nei momenti di tristezza.
Una volta, gli avevano detto che non lo potevano vedere triste. Che non era accettabile.
Ha sempre avuto un pregio, in effetti: una grande forza d'animo.
Ma in quel momento, affacciato al balcone, sapeva di non potercela fare.
Dentro, il salone era pieno di gente in festa. Vestita a festa.
Si era costretto ad abbigliarsi elegante e ad uscire. Pensava che uscire dal nascondiglio di casa sua lo avrebbe fatto sentire meglio.
Circondato dalla gente, aveva resistito non più di dieci minuti.
Aveva avuto la sensazione fortissima di non essere mai uscito dal luogo dove era stato rintanato nelle ultime ore.
Era consapevole del fatto che non poteva uscire da se stesso, che non poteva fare finta di niente.
Sopratutto che non poteva abbandonare.
Spesso, in passato, aveva mollato. Aveva chiuso strade perchè non sapeva dove lo portavano.
Ce n'era una, però, che era rimasta sempre aperta, malgrado tutto quello che era successo, malgrado il presente che stavano vivendo in quel momento. O quello che avevano vissuto.
"disturbo?" una voce alle sue spalle
Si gira e si trova di fronte una signora di una certa età. Diciamo intorno ai settanta. Si muove lentamente ed ha uno strano modo di fissarlo. Nota che è ancora dotata di fascino, al di la delle rughe che le solcano il volto e dell'evidente difficoltà nel camminare, anche se aiutata da un bastone.
"è un paese libero" risponde lui secco, pentendosi subito del modo brusco in cui lo ha fatto.
"la vedo pensieroso, signor?"
Dicendo il suo cognome, si rende conto di quanto siano effimeri i nomi che ci diamo o che diamo alle cose. Di quanto sia affannosa la corsa a definire le cose. Per non parlare dei sentimenti. Quanto sia ridicolo cercare sempre un perchè.
"Mi scuso ma stavo riflettendo e non amo essere interrotto. Ma capisco che se non si vuole che succeda, i compleanni non siano il miglior posto nel quale farlo"
La signora, lo guarda di traverso e si avvicina fino ad appoggiarsi alla balaustra del balcone, proprio accanto a lui.
"non si deve scusare. Ho il brutto vizio di voler capire la gente. L'ho vista entrare e muoversi a disagio, fino a quando non mi è parso, letteralmente, fuggire verso la terrazza. Mi sono chiesta cosa potesse muoversi dentro un giovane come lei per spingerla a non notare gli sguardi di ammirazione delle donne e d'invidia da parte degli uomini"
Herbert resta a bocca aperta. Non capisce come un'estranea possa permettersi di ficcare il naso dentro di lui. La cosa strana è che non ne è per niente infastidito.
Sono giorni che cerca di capire a chi potrebbe rivolgersi per fare chiarezza dentro di se ma non ha trovato un candidato adatto tra i suoi amici o conoscenti.
Quindi, si dice, tanto vale fidarsi di questa sua nuova amica ignota.
"Le posso prendere da bere?" chiede con un barlume di galanteria.
visto che lei accetta, s'incammina verso l'interno, intenzionato a essere di nuovo fuori nel minor tempo possibile...
(continua…)

4 marzo 2012

His Airness

"...Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, oltre diciasette volte a meno di 10 secondi dalla fine.
Ma nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite.
Ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato.
Nella vita ho fallito tante volte...ed è per questo che alla fine ho vinto tutto..."

                                                                                                         MJ #23

21 febbraio 2012

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 4

Così, nel cuore della notte, una domanda rimbalza nella testa di Herbert: chi lo ha detto che non si può tornare indietro?
Esiste una regola scritta, in una qualsiasi legislazione dell'universo spazio-temporale, che vieti di cambiare idea?
Spesso si era trovato a ridere con gli amici, i poschi rimasti, della massima autolesionista secondo la quale solo gli idioti non cambiano mai idea. E giù risate per coprire con il rumore quella giustificazione posticcia e di bassa lega intellettuale.
Volendo prenderla sul serio, appare chiaro che non lo si può fare in continuazione, il mutare la propria opinione. Sarebbe schizofrenia e si entrerebbe in un campo alquanto melmoso.
Restando alla vita quotidiana, Herbert, sa bene che nella vita si possono prendere decisioni errate ma vi si può porre rimedio.
Era solito usare, nei serrati e poco proficui colloqui con se stesso, la metafora scontata della corda. Il passaggio repentino e continuato tra il bianco ed il nero, tra accensione e spegnimento di una volontà, è sempre una corda che viene tirata. Sostanzialmente elastica ma sottoposta al rischio materiale del lacerarsi e lasciarti con il culo per terra.
Il suo ego ha sempre sostenuto che gente come loro ha innumerevoli possibilità di sbagliare e di cambiare, di ritornare sui propri passi, di ricalpestarli in continuazione, anche se con leggere deviazioni.
Lui, invece, teme che a volte le occasioni siano contate e che la corda possa spezzarsi.
Il timore si accompagna alla consapevolezza di aver fatto bene. In totale contrapposizione.
Nella sua testa si aggirano questi rapinatori neuronici di pace che fanno scempio del gusto che si prova nell'assaporare il momento.
Dualismi che lo dilaniano.
Paradossi poco zenonici e sempliciotti sui quali tenta di costruire un propria filosofia del quieto vivere.
Giusto o sbagliato?
Possibile o non possibile?
(Sopratutto) Accettato realmente da altri oppure rifiutato?
Bonnie e Clyde...