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15 maggio 2020

Love vuol dire parità

Mi scuso se, in questi ultimi mesi, non sono stato un virologo.
Se non ho pontificato su virus, sue evoluzioni e soluzioni.
Mi scuso se non ho dato sfogo alle mie intuizioni politiche, esponendo teorie dietrologiche sulla gestione della crisi.
Mi perdonerete se non ho fatto sfoggio delle mie numerose competenze in materia di economia; se ho tenuto per me le soluzioni per contrastare la crisi presente e imminente.
Mi scuso se non ho partecipato a Masterchef Casa.
Il format sarebbe anche valido: isolati in casa, cuciniamo come mai prima ed il giudizio sarà affidato a prove fotografiche.
In generale, mi scuso se non ho abusato dei social per far sapere il mio pensiero su qualunque argomento fosse inerente alla situazione.
Se non vi ho deliziati con lamentele da 130 caratteri; o con foto di torte, pizza e pane o animali che fanno...beh...gli animali.
Mi scuso se me ne sono stato quieto e tranquillo, cercando di interiorizzare questo momento per riuscire ad essere sereno.
Mi scuso se non ho reagito come un bambino, gridando di una libertà negata perchè non mi è stato concesso di correre, fare aperitivi, vedere gli amici.
Non mi scuso, invece, perchè sono riuscito a restare allegro anche se solo e fisicamente isolato dal resto. Se, per due mesi, ho cercato di essere forte per i miei congiunti (ho trovato il modo di utilizzare questa parola!!!) ma anche per me stesso.
Non mi scuso se son riuscito a programmare la mia giornata come se fosse normale, dedicandomi a formazione professionale ed hobby. Se mi sono preso cura del mio corpo e, sopratutto, della mia mente.
Se ho fatto tante dirette nelle quali ho cantato e suonato, letto Pinocchio per i bambini e improvvisato.
Non posso chiedere scusa se ho trasformato le mie IG Stories in 30 secondi durante i quali raccontarmi la giornata trascorsa, come se fosse stata piena di consuetudini e normalità, al pari di quelle di tre mesi fa.
Però, esiste sempre un "però".
Quindi...
Vorrei le scuse di chi, in diretta, finge che tutto sia pianificato.
Vorrei che si scusasse chi ci ha sedato con "fase 1", "fase 2" e succedanei.
Le scuse da parte di chi snocciola disponibilità economiche erogate dallo stato. Per tutti ma senza spiegare se ci saranno coperture o se, cosa peggiore, si creerà un debito che ci annichilirà in un secondo momento.
Mi dovrebbero porgere le scuse quelli che  ci hanno fatto i complimenti perchè siamo stati disciplinati. Dovrebbero scusarsi perchè non siamo, in toto, un popolo di scemi.
Alcuni di noi riescono a riconoscere quale sia il proprio dovere.
E questo DOVERE è l'essere cittadino responsabile.
E' vivere come cittadino ATTIVO quando la situazione ti chiede di non "attivarti" per vivere la quotidianità a cui si è abituati.
Per concludere, vorrei ringraziare chi mi è stato di supporto senza saperlo. Non siete tantissimi ma siete in numero sufficiente.
Chi, forse, ha capito che il mio non far pesare sugli altri miei pensieri negativi non voleva dire che non ne avessi.
Infine, mi ringrazio. Perchè so di non essermi inaridito, di esser migliorato (anche se di poco), di essere rimasto semplicemente ME.

Non mi scuso, mi scuso, chiedo scuse e ringrazio.
Facciamo che siam pari e ognuno a casa propria.
Questa mi è uscita male...



3 marzo 2016

I tre cerchi

Voglio essere una brava persona. E forse ci riesco. Voglio comportarmi sempre nel rispetto di chi mi sta intorno e prendendomi cura delle persone a cui tengo. Non sono tante e dovrebbe esser poco complicato, almeno a livello numerico.
Non voglio seguire esempi a me molto vicini. Esempi che il tempo ha lasciato indietro nella memoria ma che restano come monito permanente.
Non sono sempre stato così. Il mio malcelato egoismo mi ha fatto sempre mettere me stesso in primo piano. Certo, è ancora così, ma il benessere di chi fa parte del mio "cerchio della fiducia" voglio che assuma un valore maggiore.
Ammettere di essere egoisti, contrariamente a quanto credevo, non mi mette al riparo dall'esserlo.
Potrei allargare il mio "cerchio dell'egoismo". Fare una sorta di egoismo di gruppo, nel quale il benessere di più persone è quello di tutti.
Non saprei. Pare una cosa figa.
Io mi posso impegnare ma devo anche cercare di tener fuori dalla mia vita privata tutta una serie di categorie di esseri umani.
Quelle tipologie di bipedi che occupano spazio su questo pianeta e consumano l'aria.
Non le si può eliminare ma solo tenere ad una distanza di sicurezza: molto vicino.
Più vicino tieni le persone negative e meglio le puoi controllare, evitando che possano nuocere.
E siamo al terzo cerchio: il mio "cerchio delle persone inutili".


18 febbraio 2016

Come te nessuno mai. Pt. 2

Per gli amanti del basket. Per gli amanti del GIOCO. Per gli amanti del più grande performer sportivo di tutti i tempi...oggi era Natale.
53 anni fa nasceva MJ.
Adesso Natale è finito.
Oggi, ho letto un sacco di cose belle su Michael Geoffrey Jordan.

Quel 23 in maglia UNC e poi Bulls e poi Wizards.
Alcuni aspetti impressionano.
Un aspetto è la potenza economica e di brand che ha messo in piedi. Vedo sti ragazzini che indossano roba con il JumpMan sopra e, secondo me, non sanno chi sia, non lo hanno mia visto giocare e non ne comprenderanno mai l'eterna grandezza.
Altro aspetto è il ricordo di quelli che "c'erano". Di quelli che erano bambini insieme a Magic e Bird e sono diventato uomini, volando insieme a lui.


E no! non siamo vecchi, cazzo! Siamo solo fortunati perchè abbiamo assistito. Io posso dire: C'ERO!!!
Questo secondo aspetto è il mio preferito, quello romantico della faccenda.
MJ ci ha fatto LETTERALMENTE sognare!

Credere che l'impossibile fosse ormai possibile.
E' stato IL gioco della pallacanestro, è stato IL nostro eroe, è stato UN uomo con una vita personale discutibile (va detto), è stato fonte d'imitazione per qualunque ragazzino abbia preso un pallone in mano, in una qualsiasi giorno dell'anno, in un qualsiasi campetto di periferia.

Per onestà di cronaca personale, anche il giorno di natale (quello dei cristiani), anche con 3 gradi, anche dopo il pranzo in famiglia.
Jordan non è solo STATO, Jordan E' la pallacanestro: più si avvicinava al cielo, più ci avvicinava alla palla a spicchi.
Natale è finito.


Riavvolgiamo il nastro e ripartiamo dall'inizio.
MICHAEL GEOFFREY JORDAN ! ! !

PS: ora la smetto di scrivere di lui da tutte le parti...fino al prossimo anniversario ;)

17 febbraio 2016

Come te nessuno mai

Roma. 1998.
Sono da mio fratello, sulla Cassia. Una casa di studenti/lavoratori un pò tutti parecchio cazzoni.
C'è il guru di sinistra che ama poco lavarsi perchè tende a lavare di più la propria mente con letture impegnate.
C'è quello che lavora al mauriziocostanzoshow ma nessuno ha capito facendo cosa: potrebbe essere il porduttore così come l'usciere.
C'è mio fratello, studente di economia in prestigiosa università privata.
C'è il pentatleta tutto muscoli e sostanze strane.
E' finita la scuola. Ci sono le NBA Finals.
Il commento è affidato ad Ugo Francicanava. A molti questo nome non dirà niente, per altri, come me, era la voce roca che ti salutava con "amici dell'iperbasket!".
Nella noia di inizio estate, in una città che non abito da almeno 6 anni, mi guardo le finali NBA.
Ci sono i mormoni di Salt Lake City, gli Utah Jazz. Hanno in Stockton-Malone una delle coppie play-centro più devastanti della storia del gioco. Stockton mente cestistica sopraffina, un pò figlio di troia ma va bene. Malone, Carl Malone, THE MAILMAN. Chili di muscoli e tecnica e visione di gioco.
Non hanno mai vinto niente ma, si dice, avrebbero meritato. Purtroppo sulla loro strada hanno incrociato la più terrificante macchina da pallacanestro che, forse, si ricordi: i Chicago Bulls di, prego inginocchiarsi, MICHAEL JORDAN!
Ricordo che guardavo queste partite trasmesse da TMC2, se non sbaglio. E ammiravo il gioco ed il suo interprete migliore.
Ogni tanto veniva il povero pentatleta con il cervello in pappa per dirmi, a rotazione, due frasi:
1. (gonfiando i muscoli e canticchiando) "ma quando ce lo avrai un fisico così..."
2.(sempre gonfiando i muscoli, senza canticchiare ma alitandomi in faccia) "ma quando ce lo avrà un fisco così il tuo MIKE Jordan?
Ora, almeno il nome poteva impararlo. Poteva parlarmi da un pochino più distante. Poteva arricchire il suo parco espressivo. Poteva tacere, volendo.
Io lo guardavo con l'aria di chi fa parte di un mondo superiore (diciamo il mio solito modo di guardare gli altri...).
Pensavo che mentre io ero testimone della grandezza sportiva, lui era completamente fuori strada.
Non voglio esser frainteso, era anche simpatico e questo siparietto quotidiano è entrato nella top-ten dei racconti di famiglia.
Mentre lui gonfiava i muscoli, canticchiava e storpiava il nome del mio eroe, io mi guardavo la STORIA.
Storia che si è chiusa con THE LAST SHOT. Un ricordo indelebile. Un'emozione incredibile.
Vittoria e sesto titolo per uno che è stato il più grande di tutti, è stato quello che nessuno sarà mai ma che tutti vorrebbero essere.
Oggi ne fa 53.
Ho voluto ricordare la tua grandezza in questo modo.
CHAPEAU!

16 febbraio 2016

Momenti

Ci sono dei momenti nei quali è meglio impacchettare i propri pensieri e riporli in soffitta.
Ci sono momenti nei quali capisco che esternare sempre tutto non è una cosa che rende le cose facili, a me e agli altri.
Ci sono momenti nei quali le altre persone non han bisogno di filosofi.
Ci sono momenti nei quali non devo mollare ma solo fare un passo indietro perchè, continuare ad avanzare, non serve più a niente.
Ci sono momenti nei quali spero che altri SAPPIANO certe cose senza che io le debba ripetere allo sfinimento.
Ci sono momenti nei quali è meglio tornare ad abitare il proprio cono d'ombra.
E lì restare.
In silenzio.
Perchè si ha paura di nuocere mentre si vorrebbe fare bene.
Ci sono momenti che vanno aspettati e che arriveranno.
Ci sono momenti che non sono adesso.

13 febbraio 2016

Due facce della stessa medaglia

Roma. Seconda metà degli anni ottanta.
Sono sul 446 che risale via Cortina d'Ampezzo.
Sono con i soliti amici. Tra loro c'è un mio vicino di casa che, da un pò di tempo, ha un comportamento nei miei confronti che non mi piace per niente. 
Dalla mia bocca esce questo: "tu mi stai sul cazzo".
Toscana. Primo decennio del nuovo millennio.
Dopo un partita di basket, mi ritrovo con alcuni amici. Tra di loro c'è uno che, dopo avermi detto di considerarmi suo grande amico, è andato in giro a parlare male di me.
Lo prendo da parte e gli parlo. Gli dico, molto semplicemente, di smettere di parlare di me. Qualunque sia il modo. E che, se vuole essere mio amico come dice, ci sono delle regole di comportamento. Lui si mette a piangere. Non pensavo di far così paura.
I primi due aneddoti che mi vengono in mente per capire che, negli anni, sono arrivato alla conclusione che le cose bisogna dirle.
In questi due casi si tratta di cose non proprio piacevoli ma il tutto può essere allargato anche al bello che ci può essere.
Ho capito, negli anni, che, se voglio bene a qualcuno, glielo devo dire e dimostrare.
Ho capito che, se ad una persona ci tengo, non devo aver paura di scoprirmi.
Ho capito che, se ne vale la pena, non posso lasciar perdere. Posso aver pazienza ma non seppellire tutto dentro.
Ho capito che le cose belle vanno esternate. Certo, vale anche per le cose brutte ma con quelle è più semplice.
L'unico rischio è quello di scoprirsi, di rendersi vulnerabili, di mostrare il fianco per essere colpiti.
Ma sono stato colpito così tante volte che ormai rischio di non sentire più male. Solo un fastidio.
Nonostante questo sono diventato sempre più chiuso.
Credo sempre di vivere in un mondo che sta li e non vede l'ora di farmi a pezzi. Un mondo che mi vuole in posizione di guardia, pronto a colpire.
Invece, io voglio solo accarezzare e non colpire.
Voglio essere libero di esternare i miei pensieri ed i miei sentimenti. e poi vedremo quel che succede.
Le situazioni non sono tutte uguali, le persone non lo sono.
Per almeno due anni e mezzo ho imparato a bastare a me stesso. A non dover cercare altri che non fossi io. A fuggire determinate situazioni.
Ho vissuto solo a metà. Stavo bene? Si, certo. Ma ho sempre avuto la sensazione che qualcosa mancasse: un lampo, una scintilla, un bagliore che illuminasse il buio che ho dentro.
Quindi capire che essere onesti con se stessi e poi con gli altri, che dire quello che si pensa senza nascondersi, fa bene anche se è rischioso mi da una sensazione totale di leggerezza.
Il benessere dell'onestà ed il possibile malessere della vulnerabilità.
E' un pò come dice la canzone della band di Athens, Georgia: è la fine del mondo ma mi sento bene.

8 febbraio 2016

Do...e basta

Ci sono delle situazioni nelle quali so di non essere la persona che vorrei essere. Diciamo che tendo a riempire un ipotetico zaino con tutti i miei peggiori difetti. Lo riempio fino all'orlo e m'incammino, lamentandomi del peso. Il peso specifico dei propri aspetti negativi è maggiore rispetto a quello dei  propri pregi.
Altre volte, invece, decido di viaggiare leggero. Mi metto sotto braccio una pila di pregi, di cose positive, di atteggiamenti costruttivi, cose belle e riparto.
La meta? La persona che vorrei essere sempre.
Una persona che ha capito che fare qualcosa per gli altri da belle sensazioni. Forse perchè non c'è abituata.
Una persona che ha capito che non tutto deve essere un do ut des (e spero di averlo scritto bene, altrimenti bella figura di mota). Forse perchè un movimento positivo univoco basta a se stesso.
Una persona che non smetterà mai di essere se, di migliorarsi, di cercare di tollerare di più.
Di cercare.
La ricerca è un viaggio; e non importa la meta ma sono gli ostacoli che la rendono interessante:
ogni scalino salito...
ogni fosso saltato...
ogni ferita subita...
ogni sorriso che si è spento...
sono passi in avanti, verso il proprio personale nirvana interiore.
E non importa se le gambe fanno male, se il cuore batte troppo forte, se gli occhi sono lucidi, i polmoni in sono in fiamme...e se mi resta solo mezzo sorriso.
Basta e avanza

7 febbraio 2016

Spaziati e poi spezzati...anzi piegati

Il fatto di trovarsi sul confine per dichiarare le proprie intenzione ha un suo fascino.
Mi piace capire le cose. Mi piace dar loro un senso. Mi piace che lo abbiano.
Non mi piace non capire cosa sta succedendo. Non mi piace il non riuscire a tirare le fila delle situazioni. Non mi piace fallire tentando di ricomporre uno strappo.
Non mi piace fallire.
Mi piace provare con tutte le mie possibilità.
Non in tutti i campi. Quasi sempre quando si tratta di esseri umani.
Resta sempre il dubbio, però, di non aver fatto abbastanza, di non aver detto abbastanza, di non aver preso una strada che poteva portare in un posto migliore.
Il dubbio è quel che resta. Non rimane lo sbagliare o meno. Quando sono in buona, ottima fede non posso sbagliare ma il dubbio resta lì. E' una goccia che scava nella roccia che riveste il mio petto. Filtra nelle sue crepe. Arrugginisce le armature scintillanti che indosso.
Allora provo a ridurre tutto alla logica. A razionalizzare per capire. Ma, come capita ogni tanto, la ragione serve a poco. Non "aver ragione" ma il "ragionare sulle cose".
Tutto, come inizia, poi finisce. Tutte le cose belle hanno una scadenza. Provo a posticiparla ma la realtà dei fatti mi ha insegnato che le cose vanno così come devono andare.
Il baratro irrazionale, però, diventa ingestibile quando sono le cose belle che si autolimitano e si autoditruggono.


"...e intorno tutto va come è sempre andato, e forse andrà sempre così. Tutto è prevedibilissimo, l'ho già vissuto in cento film tutti uguali e mi sento il personaggio di un libro che non mi piace e odio l'autore che mi fa fare queste cose che detesto e non mi fanno minimamente sentire felice e..."

2 febbraio 2016

Di sbilanci, sfide e...

Ho questa terribile abitudine a fare sbilanci delle cose.
Si, sbilanci.
Fare un bilancio è troppo facile: nasconde sempre la velata speranza che sia in attivo o, al limite, in pari.
Lo sbilancio, invece, presuppone una lunga lista di cose a sfavore, di cose che non mi piacciono, di cose che non vanno, di cose da regolare.
E tutte queste sono quelle da aggiustare.
Il guaio è che, durante la stesura della lista, vengo colto da una sensazione di sconfitta e sconforto. Ecco...una persona normale, probabilmente, prenderebbe la cosa in maniera negativa. Io la vivo come una sorta di sfida. Entro in quella che io chiamo amabilmente "modalità sfida".
Fare uno sbilancio non vuol dire esser pessimisti. Vuol dire essere realisti. Vuol dire analizzare una situazione partendo dal peggio che c'è. Solo in quel momento posso cominciare a decostruire quel che non mi piace per ricostruire quello che di buono mi interessa.
Non dico sia un modo facile per affrontare le situazioni ma mi permette di applicare un paradigma tanto complicato, quanto banale: problema - soluzione.
Ad ogni problema corrisponde una soluzione.
Esiste la soluzione che risolve ed è la via migliore.
C'è, poi, la soluzione che permette di tollerare. E' una via sul filo dell'equilibrio instabile ma comodo. Un problema che non può essere risolto, necessità di essere governato e gestito. La mente permette di fare questo, apportando continui aggiustamenti ed enormi "chi se ne fotte". E' la regina delle sfide. E' quel lasso di tempo che mi fa sentire vivo, attivo, abile, ingegnoso. E' la somma di quei momenti nei quali mi accorgo che la roba contenuta nella mia scatola cranica ha un suo bel motivo di starci. 
Infine, troviamo la soluzione inesistente. Il modo peggiore di sicuro. Quando soluzione non c'è, resta solo la cancellazione del problema. E, quindi, della situazione. Odora parecchio di resa e di sfida persa ma ci sono casi nei quali la miglior vittoria è una sconfitta onorevole.
In ogni caso, non abbandono mai prima di averci provato. Non abbasso mai le braccia prima che la campanella suoni la fine del match.
"...escape is never the safest path..."

28 gennaio 2016

武士道 #2


義, Gi: Onestà e Giustizia

Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

勇, Yu: Eroico Coraggio 
Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L'eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

仁 ,Jin: Compassione 
L'intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d'aiuto ai propri simili e se l'opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.

礼 ,Rei: Gentile Cortesia 
I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.

誠,Makoto o 信,Shin: Completa Sincerità
Quando un Samurai esprime l'intenzione di compiere un'azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l'intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di "dare la parola" né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

名誉,Meiyo: Onore 
Vi è un solo giudice dell'onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

忠義,Chugi: Dovere e Lealtà
Per il Samurai compiere un'azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

Mañana, baby

Ho aperto questo blog il 24 aprile 2008.
Inizia così:
Mi presento...allegro, introverso, stronzo, degenere, esagerato, semi-soddisfatto, incazzato, felice, drastico, incerto, netto, brutale, silenzioso, ubriaco, stanco, sobrio, depresso, minimalista...
Da allora ho scritto più di 200 post. Credo siano, incluso questo, 207.
Da allora sono anche cambiato un pò.
Comunque...
Circa due post al mese e non sono poi molti.
Ho parlato di vita, musica, cinema e, sopratutto di me stesso.
Ho trovato uno spazio nel quale il mio ego si possa esprimere senza contraddittorio.
Un luogo virtuale nel quale poter demonizzare quello che mi succede.
Scrivere, per me, è sempre stato momento assoluto di catarsi.
Un continuo buttare fuori quello che ho dentro.
Il punto è: praticamente nessuno ne conosce l'esistenza.
O meglio, le persone che sanno di questo posto si contano sulle dita di un paio di mani. Almeno credo.
Chi lo ha scoperto per caso e chi è stato informato da chi adesso sta scrivendo. Questa seconda categoria (e parte della prima) contiene quegli esseri umani che, dopo attenta valutazione, ho voluto far entrare nella mia piccolissima cerchia.
Spesso mi sono chiesto se fosse il caso di renderlo un pò più pubblico ma ho sempre avuto paura di scoprirmi. Lo ritengo un luogo troppo privato.
Diventasse di dominio pubblico finirei per perdere fluidità e un altro pò di sincerità. Perchè, parliamoci chiaro, un diario "pubblico" non può essere scritto di getto e visceralmente al 100%.
Da quest'ultima cosa nasce l'avvertenza di queste pagine: questo sono io. Non tutto quello che scrivo è vero o preso dalla realtà. Non tutto quello che penso, lo scrivo.
Credo per lasciare un margine di dubbio su cosa possa essere reale e cosa no (anche se so bene che...no vabeh...niente...).
Quindi, forse, un giorno mi deciderò a "pubblicizzarlo".
Quale sarà questo giorno non lo so.
Potrebbe essere domani o mai.
Mai dire mai.
Mai dire domani.


Sure baby, mañana.
It was always mañana.
For the next few weeks that was all I heard
mañana a lovely word and one that probably means heaven




JK

26 gennaio 2016

Kampai!

Mi è stato detto che sono indecifrabile.
Premesso che ritengo di non essere un mistero insondabile, è una cosa su cui ho riflettuto.
Ma facciamo un passo indietro.
Da piccolo, ero sicuramente un bambino solare, allegro sempre, propenso all'intrattenimento del prossimo: un casinista di prima classe.
Poi sono cresciuto e credo che l'aver cambiato città in una fase della vita, che molti definirebbero formativa del carattere, abbia inciso. E non poco.
Ogni volta dovevo ricominciare. A conoscere gli altri e a farmi conoscere. Forse, mi sono trovato al punto di dover decidere di chiudermi perchè ero stanco di "imparare". Chiaramente, in maniera del tutto inconsapevole.
E così, dai 15 anni, sono diventato introverso, ombroso, solitario con parsimonia.
E' probabile che questo sia uno dei motivi.
In aggiunta, ritengo di essere una persona che non ama mostrare debolezze o slanci particolari. Non amo manifestare gioia, tristezza, rabbia, rancore, amore, in maniera troppo evidente.
Tendo a tenere tutto dentro. Ad avere un guscio esterno, parzialmente opaco, che serve a contenere quello che definirei un tumulto.
E' così che mi sento spesso: un'anima che ribolle.
Da fuori, sono misurato, pacato, quieto.
Dentro, ci sono volte in cui mi sento esplodere. Sia in positivo che in negativo.
Non mi definirei un trattenuto perchè quando voglio esterno. E lo faccio con immacolata chiarezza. Però, lo faccio quando ne vale la pena. Tendo ad esporre e difendere le mie idee ma a tenere al sicuro i miei pensieri. Per difenderli.
Una doppia difesa.
Per esemplificare...
Se non ricordo male, in un romanzo di Baricco, ci sono un lui che beve the da una tazza ed una lei che, a sua volta, beve dalla stessa tazza. Ma quest'ultima, nel farlo, la gira per bere nello stesso esatto punto in cui lui aveva bevuto. Gesto meraviglioso ma fatto di nascosto, per non farsene accorgere.
Ecco, temo di esser così: uno che certe cose le vive di nascosto dagli estranei perchè non voglio che perdano il valore che hanno se condivise con il mondo.

22 gennaio 2016

Riabilitare la normalità

Oggi riflettevo sul concetto di normalità.
Troppo spesso la si confonde con la banalità.
Faccio un esempio.
Il barbone incolto, di per sè, è normale: copre il viso dal freddo, è il risultato di mesi dominati dalla non voglia di radersi, ecc....
Il barbone ipercurato da hipster è banale. E' una cosa che esiste perchè va di moda. Non è una barba incolta ma è frutto di ripetute visite in un barber shop. E su questa cosa potrei aprire un intero blog.
La normalità è, a volte, vista come una cosa negativa, noiosa e, appunto, banale.
Credo, invece, che la normalità sia necessaria perchè possa esistere la straordinarietà.
Come il concetto di bene avrebbe poco senso senza quello di male, così un vivere normale ci permette di avere momenti straordinari.
Quelle impennate improvvise di cui è costellata l'esistenza.
Quel sentirsi, anche solo per un attimo, baciati dal fato.
La normalità, ripetuta, fugge dall'abitudinarietà banale perchè spinge verso la ricerca dell'inaspettato.
A volte basta un momento epico per ridare senso alla propria vita. O meglio, una serie di momenti a lungo cercati e, ogni tanto, trovati.
Possono durare anche un attimo ma potrebbe essere proprio quell'attimo che vale la pena di esser vissuto.
Del resto, ho sempre avuto il sospetto che si viva aspettando l'onda perfetta

21 gennaio 2016

Mappe

Nella vita si cade. Fisicamente ma, sopratutto, metaforicamente.
Ci sono grandi cadute che provocano enormi arresti.
Ci sono piccole cadute che rallentano solo un poco.
Io, forse, sono fortunato. Grandi cadute mai.
Diciamo che mi sono specializzato nei piccoli traumi interiori.
E, credo, siano stati tanti.
E, credo, di esserne uscito sempre con una sorta di totale noncuranza. Almeno esteriormente.
Ogni volta, invece, qualcosa ho lasciato per strada. Qualcosa di me. Una parte del fanciullo incantato che sono stato.
Dovrebbe chiamarsi vita. Io lo chiamerei evolversi. O cercare. La vita è una costante ricerca di se stessi. Un continuo migrare mentale verso quello che saremo. Partendo da quel che siamo.
Quindi, ogni esperienza serve a questo. Ogni dannata cicatrice traccia una mappa che, se percorsa al contrario, mi riporta al punto di partenza.
Ci sono momenti nei quali questa mappa la indosso con fierezza. In altri, la temo.
Perchè mi rende consapevole del fatto che certi eventi, scelte, inciampi, potrebbero avermi anestetizzato e reso insensibile.
Spesso, però, mi rendo conto che così non è perchè tutto il passato mi torna addosso come un onda anomala. Uno tsunami inarrestabile che posso solo farmi passare sopra, trattendeno il fiato il più a lungo possibile.
Dimenticare sarebbe la soluzione ottimale. Affogare i ricordi una bottiglia di vino umorale.
Ma i ricordi sanno nuotare benissimo...

"...excuse me please one more drink
Could make it strong cause I don’t need to think 
She broke my heart my Grace is gone
One more drink and I’ll move on
One more drink and I’ll be gone
One more drink my Grace is gone..."


6 gennaio 2016

Ho capito...

Ho capito che, se voglio, posso fare tutto. Certo non l'astronauta, il leghista o il supereroe.
Però, mi sono accorto che le potenzialità che ho (io come quasi tutti gli altri ominidi che popolano fastidiosamente la terra) mi permetterebbero, con applicazione ed impegno, di riuscire.

Ho capito che non sto diventando vecchio. Come un Dorian Gray di provincia o il vino, il passare del tempo mi migliora. Dentro e fuori.
Sto, semplicenente, diventando più saggio. E quindi, intelligente, paziente, acuto. E riflessivo (come se ce ne fosse stato bisogno).

Ho capito che non posso cambiare le cose che mi circondano. Non tutte. Così come non posso cambiare il mio modo di essere.  Posso governare i problemi, a volete risolverli, posso limare me stesso.

Ho capito che gli ominidi fastidiosi di cui sopra sono di tante specie. Alcuni quasi adotttabili.
Molti di loro sono omuncoli inutili e piccoli d'animo e di pensiero.
Sono come i bambini. La razionalità serve a poco. Li puoi riprendere e brontolare ma dopo poco non si ricordano più la lezione. Li puoi lasciar piangere e battere i piedi ma, alla fine, scordano il motivo iniziale.

Ho capito di essere ad un altro livello rispetto a tali ometti. Ma, suppongo, non sono solo io che mi innalzo. Sono loro che sprofondano giorno dopo giorno.

Ho capito che devo puntare ad essere migliore di loro. Ma prima ancora del me stesso del giorno precedente. Che non mi devo livellare verso il loro spettinato baratro ma, ancora una volta, alzare l'asticella per saltare più in alto.

Ho capito che il gioco che conducono non mi piace e non posso farmi coinvolgere. Non posso guardare in basso; devo guardare in alto. verso ciò che mi può portare più su.

Ho capito che posso utilizzare le loro regole, e la lo loro scarsa propensione all'utilizzo della ragione, a mio favore.

Ho capito, anche, di essere permaloso e arrogante. Lo si sarà capito da quanto scritto poche righe più su.  Ma anche ciclicamente immaturo, testardamente romantico senza dare nell'occhio, sbruffone senza svolazzi, esigente come il più rognoso degli insengnanti.
Ma questo già lo sapevo.

1 gennaio 2016

On the road...again...

Non so che cazzo di anno sia stato il 2015. Non sono solito tirar giù bilanci del genere.
Sono stati 365 giorni di transizione. E’ stato un anno strano.
Partito in salita. Una salita molto ripida che poi si è addolcita. Un po' di pendenza è rimasta ed è quella che mi ha tenuto vivo. Cerco sempre la via più semplice, quella che mi permetta di vivere al meglio. Questo modo semplifica la vita e mi tiene sempre pronto perché maggiori sono le difficoltà, più interessante e difficile è mantenere un certo status.
Ho cambiato lavoro, modo di vivere, ho cambiato il mio quotidiano usuale. L’ho fatto senza accorgermene e credo di essere una persona profondamente diversa.

E’ stato un anno, come il precedente, immerso nell’equilibrio che mi ero creato. Una bolla relativamente sicura che mi ha permesso di navigare in maniera piuttosto tranquilla.
Solo verso la fine, questo equilibrio si è piacevolmente rotto e, sapete che c’è, va bene così.
Forse, avevo smesso di pretendere perché era più facile.

E’ stato un anno nel quale mi sono concentrato sui pieni e sui vuoti, sulle mancanze.
Ci sono quelle definitive che sono ferite, o tatuaggi, che ispessiscono la pelle e la rendono più forte. Sono quelle con le quali si convive e che ci ricordano che, una volta, anche solo per un secondo, c’è stato qualcosa per cui è valso la pena combattere.
Poi ci sono i pieni ed i vuoti momentanei.
La mancanza momentanea, tendenzialmente riferita ad un essere umano, è una cosa positiva.
Ma l’ho capito solo da poco.
E’ una cosa bellissima perché vuol dire che, quando il vuoto si colmerà, si starà meglio.
Del resto ho sempre pensato che il cambiamento sia necessario solo se migliora la vita. E mi riferisco al cambiamento scelto e non predeterminato da eventi esterni.
Insomma, un 2015 di passaggio ed evoluzione.

Non mi pare cosa da poco...

Anche se di strada ancora ce n’è…


Buon 2016 (per quanto ritenga il calendario gregoriano una mera convenzione)

"... And on I read until the day was gone…
And I sat in regret of all the things I've done…
For all that I've blessed, and all that I've wronged…
In dreams until my death I will wander on…"

24 ottobre 2015

Quello che non è

Rivedo una versione più giovane di me. 
Sono sempre io con qualche anno in più ma per il resto è tutto uguale. 
Bicchierate di ghiaccio ed un accenno di alcol, musica con troppi bassi e gente vestita a festa. 
Sarà ma il luogo non mi appartiene. Non mi includeva 20 anni fa, figuriamoci oggi che ho una consapevolezza di me maggiore. 
Ascelle pezzate e trucco tipo il joker di Batman sono padroni della festa. Inchiodati a fingere di esser quello che non sono.
Non ballo. Al massimo, mi muovo. La gente balla ma io no. Come in quel film di qualche anno fa, io ballo da solo. Non mi omologo, non mi unisco alla massa. Questo non vuol dire che abbia "ragione" io...ma, probabilmente, neanche loro. Loro, con questa tendenza a pretendere di essere altro da quel che si cela sopra i tacchi/trampoli.
Almeno oggi ho abbandonato quegli sguardi di traverso che dicono: son qua! Potremmo divertirci insieme. 
Oggi so che, tu ed io, non ci divertiremo mai. So che viaggiamo su strade diverse e, sulla mia, non ti ci voglio. 

Ed il dj continua a metter musica, fingendo di essere quello che non è. 

23 luglio 2015

Sociologia: La settimana della normalizzazione

Tempo fa ho preso una decisione ed ho inaugurato quello che potrebbe diventare un rito peridodico.
Spesso, ho la sensazione di avere dei sospesi con le persone. Per motivi diversi tra loro come diversi sono i rapporti che ci legano. Non necessariamente niente di grave o gravoso.
Questa è una cosa che, sinceramente, mi è sempre riuscita difficile da accettare, quando si tratta di persone di cui mi importa qualcosa.
Quindi, ecco la grande idea: La settimana della normalizzazione
In cosa consiste?
Dopo avere deciso quali sono le persone con le quali vale la pena chiarire, mi sono preso una settimana per farlo. Sette giorni nei quali ho programmato incontri per esporre i dubbi su determinati rapporti che coinvolgessero me e l'interlocutore.
Non è detto che possa portare a miglioramenti sensibili nei rapporti ma, di sicuro, serve per metter sul tavolo le carte e proseguire con la mano successiva.
Ho tentato di normalizzare con la ex, diventata amica, perchè pensavo che, dopo anni, non le bastasse.
La settimana è proseguita con l'eterna indecisa per capire da che parte volesse andare e se ci saremmo andati insieme.
La sette giorni si è conclusa con un'altra ex che sistematicamente mi evitava (suppongo perchè spaventata) e questo non ha mai permesso di costruire un (post) rapporto da persone adulte.
Diciamo che l'esperimento normalizzatore è da provare anche se i risultati non sono stati particolarmente incoraggianti.
Con l'amica tutto ok. Chiarito e avanti tutta.
La ex sfuggente, in piena sindrome "carissimo Pinocchio", ha sostenuto che non fosse vero, anzi, solo il destino cinico e baro non ci permetteva di avere un rapporto amichevole e maturo.
L'indecisa è rimasta indecisa e, per quanto mi riguarda, persone che non hanno le palle di scegliere non le voglio intorno.
Concludendo, consiglio la settimana della normalizzazione.
Mal che vada, berrete qualche birra in compagnia.

17 luglio 2015

O paese d'o sole!

Mi è capitato di fare un colloquio per una cooperativa sociale. Proprio in questi giorni.
La cosiddetta posizione aperta riguarda progetti legati ai migranti. Proprio quei migranti di cui sentiamo parlare ogni giorno sui medium.
La cooperativa gestisce, assieme ad altre, un paio di strutture di prima e seconda accoglienza.
Nelle prime arrivano migranti che necessitano di tutto. Nella seconda, dopo avergli dato una ripulita, vengono ospitati alcuni "meritevoli".
Successivamente al colloquio, ho contattato alcune persone che conosco e che lavorano in questo campo.
Il quadro di desolazione lavorativa ed organizzativa che ne è uscito è sconsolante.
In soldoni, si tratterebbe di lavorare in questi parcheggi per esseri umani, ricoprendo una figura che si avvicina a quella del badante.
Chi arriva, fugge da qualcosa. Ma chi arriva non ha assolutamente gli strumenti conoscitivi e/o sociali per vivere una realtà assai diversa da quella d'origine.
La paga: una miseria.
Gli orari: turni con orari che abbracciano anche quei momenti che, di solito, sarebbero dedicati, alla vita privata.
Tutto questo lavoro porterebbe, ed è una delle cose agghiaccianti, a far avere, alle persone che hanno raggiunto il nostro paese sfidando la morte, la negazione di quel permesso di soggiorno/stato di rifugiato politico che è il motivo per cui questo stesso lavoro esiste.
Insomma, questo è il nuovo business!
Alberghi, e simili, che ospitano i migranti ricevono bei quattrini per ogni ospite.
Le cooperative, che gestiscono tali servizi, ricevono fior di quattrini.
Gli operatori ridevono quasi un cazzo.
Risultato: tenere parcheggiate le persone per tempi che superano l'anno e poi dir loro che dovranno tornare da dove vengono.
Risultato 2: piuttosto che tornare al paesello, scappano.
Non ci indignamo per gli aiuti economici dati ai migranti ma per come tutto, in questo paese, serva solo a riempire qualche tasca.
Non ci indignamo perchè agli stranieri concediamo benefici negati agli autoctoni ma perchè le risorse spese sono fini a se stesse e servono per alimentare un sistema.
Non ci indignamo ma aspettiamoli sulla porta e, sorridendo, diciamo a noi stessi: benvenuti in Italia!!!

PS: grazie a chi mi ha chiesto di non chiudere questo blog. Senza non avrei scritto ancora una volta qua sopra.

2 ottobre 2014

Farewell Train

A volte la vita diventa metafora di stazioni.
Si prendono treni per andare e poi si torna al punto di partenza; arricchiti d'esperienze e con nuovi colori negli occhi.
Si incrociano centinaia di passeggeri distratti e si viaggia spesso con alcuni pendolari. Sempre alla stessa ora, sempre sullo stesso treno, sempre sul medesimo sedile.
Può capitare di incontrare una persona in attesa del proprio treno. Un treno che a momenti arriverà, si fermerà e poi ripartirà, portandsela via.
E saranno pochi gli istanti concessi. Pochi gli sguardi e le parole scambiate. In numero così esiguo che non sarà permesso di capire meglio, di approfondire. Quella persona partirà dopo pochi attimi e lascerà la banchina invasa dallo spostamento d'aria di un treno che si muove e la testa piena di lampi mnemonici e dubbi suggestivi.
Resterai in piedi a guardare il retro di un treno che sta prendendo velocità, godendo di quei pochi momenti e chiedendoti se ci sarà un ritorno.
Resteranno i bagliori intravisti nello spazio temporale avuto a disposizione per soddisfare la curiosità.
Resteranno domande che, un giorno, potrebbero aver risposta.
Resterai tu. In piedi. A scrutare i binari che diventano sempre più vicini, sapendo che la vicinanza è una questione di prospettive.
"...per quel che mi riguarda sei un continente obliato...
...per quel che ho visto, in fondo, mi è piaciuto..."