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18 febbraio 2016

Come te nessuno mai. Pt. 2

Per gli amanti del basket. Per gli amanti del GIOCO. Per gli amanti del più grande performer sportivo di tutti i tempi...oggi era Natale.
53 anni fa nasceva MJ.
Adesso Natale è finito.
Oggi, ho letto un sacco di cose belle su Michael Geoffrey Jordan.

Quel 23 in maglia UNC e poi Bulls e poi Wizards.
Alcuni aspetti impressionano.
Un aspetto è la potenza economica e di brand che ha messo in piedi. Vedo sti ragazzini che indossano roba con il JumpMan sopra e, secondo me, non sanno chi sia, non lo hanno mia visto giocare e non ne comprenderanno mai l'eterna grandezza.
Altro aspetto è il ricordo di quelli che "c'erano". Di quelli che erano bambini insieme a Magic e Bird e sono diventato uomini, volando insieme a lui.


E no! non siamo vecchi, cazzo! Siamo solo fortunati perchè abbiamo assistito. Io posso dire: C'ERO!!!
Questo secondo aspetto è il mio preferito, quello romantico della faccenda.
MJ ci ha fatto LETTERALMENTE sognare!

Credere che l'impossibile fosse ormai possibile.
E' stato IL gioco della pallacanestro, è stato IL nostro eroe, è stato UN uomo con una vita personale discutibile (va detto), è stato fonte d'imitazione per qualunque ragazzino abbia preso un pallone in mano, in una qualsiasi giorno dell'anno, in un qualsiasi campetto di periferia.

Per onestà di cronaca personale, anche il giorno di natale (quello dei cristiani), anche con 3 gradi, anche dopo il pranzo in famiglia.
Jordan non è solo STATO, Jordan E' la pallacanestro: più si avvicinava al cielo, più ci avvicinava alla palla a spicchi.
Natale è finito.


Riavvolgiamo il nastro e ripartiamo dall'inizio.
MICHAEL GEOFFREY JORDAN ! ! !

PS: ora la smetto di scrivere di lui da tutte le parti...fino al prossimo anniversario ;)

17 febbraio 2016

Come te nessuno mai

Roma. 1998.
Sono da mio fratello, sulla Cassia. Una casa di studenti/lavoratori un pò tutti parecchio cazzoni.
C'è il guru di sinistra che ama poco lavarsi perchè tende a lavare di più la propria mente con letture impegnate.
C'è quello che lavora al mauriziocostanzoshow ma nessuno ha capito facendo cosa: potrebbe essere il porduttore così come l'usciere.
C'è mio fratello, studente di economia in prestigiosa università privata.
C'è il pentatleta tutto muscoli e sostanze strane.
E' finita la scuola. Ci sono le NBA Finals.
Il commento è affidato ad Ugo Francicanava. A molti questo nome non dirà niente, per altri, come me, era la voce roca che ti salutava con "amici dell'iperbasket!".
Nella noia di inizio estate, in una città che non abito da almeno 6 anni, mi guardo le finali NBA.
Ci sono i mormoni di Salt Lake City, gli Utah Jazz. Hanno in Stockton-Malone una delle coppie play-centro più devastanti della storia del gioco. Stockton mente cestistica sopraffina, un pò figlio di troia ma va bene. Malone, Carl Malone, THE MAILMAN. Chili di muscoli e tecnica e visione di gioco.
Non hanno mai vinto niente ma, si dice, avrebbero meritato. Purtroppo sulla loro strada hanno incrociato la più terrificante macchina da pallacanestro che, forse, si ricordi: i Chicago Bulls di, prego inginocchiarsi, MICHAEL JORDAN!
Ricordo che guardavo queste partite trasmesse da TMC2, se non sbaglio. E ammiravo il gioco ed il suo interprete migliore.
Ogni tanto veniva il povero pentatleta con il cervello in pappa per dirmi, a rotazione, due frasi:
1. (gonfiando i muscoli e canticchiando) "ma quando ce lo avrai un fisico così..."
2.(sempre gonfiando i muscoli, senza canticchiare ma alitandomi in faccia) "ma quando ce lo avrà un fisco così il tuo MIKE Jordan?
Ora, almeno il nome poteva impararlo. Poteva parlarmi da un pochino più distante. Poteva arricchire il suo parco espressivo. Poteva tacere, volendo.
Io lo guardavo con l'aria di chi fa parte di un mondo superiore (diciamo il mio solito modo di guardare gli altri...).
Pensavo che mentre io ero testimone della grandezza sportiva, lui era completamente fuori strada.
Non voglio esser frainteso, era anche simpatico e questo siparietto quotidiano è entrato nella top-ten dei racconti di famiglia.
Mentre lui gonfiava i muscoli, canticchiava e storpiava il nome del mio eroe, io mi guardavo la STORIA.
Storia che si è chiusa con THE LAST SHOT. Un ricordo indelebile. Un'emozione incredibile.
Vittoria e sesto titolo per uno che è stato il più grande di tutti, è stato quello che nessuno sarà mai ma che tutti vorrebbero essere.
Oggi ne fa 53.
Ho voluto ricordare la tua grandezza in questo modo.
CHAPEAU!

13 febbraio 2016

Due facce della stessa medaglia

Roma. Seconda metà degli anni ottanta.
Sono sul 446 che risale via Cortina d'Ampezzo.
Sono con i soliti amici. Tra loro c'è un mio vicino di casa che, da un pò di tempo, ha un comportamento nei miei confronti che non mi piace per niente. 
Dalla mia bocca esce questo: "tu mi stai sul cazzo".
Toscana. Primo decennio del nuovo millennio.
Dopo un partita di basket, mi ritrovo con alcuni amici. Tra di loro c'è uno che, dopo avermi detto di considerarmi suo grande amico, è andato in giro a parlare male di me.
Lo prendo da parte e gli parlo. Gli dico, molto semplicemente, di smettere di parlare di me. Qualunque sia il modo. E che, se vuole essere mio amico come dice, ci sono delle regole di comportamento. Lui si mette a piangere. Non pensavo di far così paura.
I primi due aneddoti che mi vengono in mente per capire che, negli anni, sono arrivato alla conclusione che le cose bisogna dirle.
In questi due casi si tratta di cose non proprio piacevoli ma il tutto può essere allargato anche al bello che ci può essere.
Ho capito, negli anni, che, se voglio bene a qualcuno, glielo devo dire e dimostrare.
Ho capito che, se ad una persona ci tengo, non devo aver paura di scoprirmi.
Ho capito che, se ne vale la pena, non posso lasciar perdere. Posso aver pazienza ma non seppellire tutto dentro.
Ho capito che le cose belle vanno esternate. Certo, vale anche per le cose brutte ma con quelle è più semplice.
L'unico rischio è quello di scoprirsi, di rendersi vulnerabili, di mostrare il fianco per essere colpiti.
Ma sono stato colpito così tante volte che ormai rischio di non sentire più male. Solo un fastidio.
Nonostante questo sono diventato sempre più chiuso.
Credo sempre di vivere in un mondo che sta li e non vede l'ora di farmi a pezzi. Un mondo che mi vuole in posizione di guardia, pronto a colpire.
Invece, io voglio solo accarezzare e non colpire.
Voglio essere libero di esternare i miei pensieri ed i miei sentimenti. e poi vedremo quel che succede.
Le situazioni non sono tutte uguali, le persone non lo sono.
Per almeno due anni e mezzo ho imparato a bastare a me stesso. A non dover cercare altri che non fossi io. A fuggire determinate situazioni.
Ho vissuto solo a metà. Stavo bene? Si, certo. Ma ho sempre avuto la sensazione che qualcosa mancasse: un lampo, una scintilla, un bagliore che illuminasse il buio che ho dentro.
Quindi capire che essere onesti con se stessi e poi con gli altri, che dire quello che si pensa senza nascondersi, fa bene anche se è rischioso mi da una sensazione totale di leggerezza.
Il benessere dell'onestà ed il possibile malessere della vulnerabilità.
E' un pò come dice la canzone della band di Athens, Georgia: è la fine del mondo ma mi sento bene.

10 febbraio 2016

Esce dalla memoria: canzone

Riascolto questo disco. 
Dentro c'è una canzone.  
Questa canzone è parecchio vecchia. Meno di me.
Siamo circa all'inizio degli anni 90. La band che la suona sta letteralmente per esplodere sulla scena musicale. Da Seattle alla conquista del mondo. 
La canzone tratta il lato B dell'amore. La sua parte meno colorata, quella nera. 
La sensazione è quella di una persona che si sta aggrappando al ricordo di una cosa svanita per non andare a fondo. 
Tutto ormai è nero: il loro amore, l'aria che si respira fuori, ogni sensazione. 
Lui l'ha perduta e si aggrappa forte a quello che c'è stato. 
Lui potrebbe odiarla, potrebbe odiarsi ma, alla fine del brano, c'è un'apertura inaspettata. 
Lui le augura il meglio, le augura una vita bellissima, le augura di essere una stella nel cielo di qualcun altro. Anche se non sarà il suo, di cielo. 
Ma lui sa che si appartengono e questo porta tutto su di un altro piano, fa vedere tutto sotto un'altra ottica. 
La mia canzone preferita di sempre e per sempre.
Occhi lucidi, tristezza, speranza a e consapevolezza che niente li potrà separare.
Una canzone che mi farà stare bene all'infinito. Anche se triste.
Ma in fondo, ogni cosa bella ha un lato B che va ascoltato ed apprezzato perchè esiste.

"...I know someday you'll have a beautiful life,
I know you'll be a star 
In somebody else's sky, but why        

Why, why can't it be, why can't it be mine  
WE BELONG TOGHETER..."             


Signore e signori, Black!


9 febbraio 2016

Premettendo che

Io vorrei capire il gusto che si può provare nell'ascoltare il rap italiano contemporaneo.
Io ricordo i 99 Posse ed i Sangue Misto: roba nuova e bella potente. Artisti in grado di avere una propria identità ben definita.
Quindi, davvero, come si possono apprezzare i moderni rapper?
Premesso che sembrano vocalmente tutti uguali. 
Premesso che a livello ritmico sembrano tutti uguali. 
Premesso che i rapper nostrani son fatti con lo stampino: vengono dalla strada, hanno avuto una vita difficile ma ne sono usciti e adesso ci spiegano la vita, l'amore, la droga e la figa. 
Premesso che ormai le strade dovrebbero essere deserte perchè da lì vengono tutti. 
Premesso che fare la brutta copia del rapper che viene dai ghetti americani fa parecchio tristezza.
Premesso che i testi, al di là della capacità di fare rime, sono agghiaccianti per argomenti trattati e modi per trattarli. 
Ecco, premesso tutto questo, credo non serva aggiungere altro: le premesse già spiegano tutto. 

Esce dalla memoria: fotografia

Ho questa foto di pura gioia...no, questa è una canzone.
Ricominciamo.
Ho questa foto. In bianco e nero.
Ci sono due ragazzi che si guardano. Dietro di loro si vede la scritta "sport" di un negozio che non c'è più.
Lui indossa una maglietta di Superman sopra ad un'altra con le maniche lunghe, secondo una moda che si è portato dietro dagli anni novanta.
Lei ha i capelli scuri, legati, una giacca scura, un orecchino che pare fatto con la linguetta di una lattina. Ma forse non è così.
Lui beve da un bicchiere.
Lei lo guarda. Ha probabilmente un bicchiere anche lei.
E lui ricambia lo sguardo.
Lui ricorda bene quel giorno, quel pranzo in strada, l'alcol e la fatica e tutte le sensazioni che respiravano in quei momenti. Quando ancora si respiravano le possibilità molteplici che potevano arrivare.
Lui ricorda un foglietto con sopra il suo nome ed un cuore disegnato.
Gli torna in mente il continuo incontrarsi e sfiorarsi per strada. Per fermarsi. Come, con ogni probabilità, era successo pochi attimi prima che la foto venisse scattata.
Lei, probabilmente, lo ricorda ugualmente.
Lei, oggi, è lontana. Lei, oggi, lo ha allontanato ma senza rancore. Come succede quando la vita accellera e prende altre direzioni.
Lui spera che, oggi, lei sia felice. Lo spera davvero e, in alcuni momenti, sente dentro di se che è proprio così.
Lui non si è mai perdonato alcune cose. Lui non si è mai perdonato. Fino a questa notte. Nel buio silenzioso ha capito che, adesso, si può perdonare e ricordare senza maledirsi. Sa che si può perdonare perchè ha lasciato che le cose andassero in un certo modo solo perchè era la cosa migliore per entrambi.
Lei, probabilmente, non lo ha mai perdonato anche se il rancore si è diluito in una pozzanghera di ricordi in movimento.
Lui, questa notte, la pensa e le manda un abbraccio.
E anche se lei non lo saprà mai, lui spera che il suo corpo possa percepire una stretta improvvisa.
L'abbraccio di chi, ormai lontano nel tempo e nello spazio, questa notte, si è perdonato.

"...a tratti percepisco, in assordante brusio, particolari in chiaro..."

31 maggio 2013

A casa

E poi stasera riascolto un disco che non sentivo da almeno 15 anni.
Un disco che, quando è uscito, venti anni fa, avrò sentito centinaia di volte.
Ricordo quando Ele arrivò con una cassetta "prezzo imposto lire 15.000" e ci disse "ascoltate questo".
Già quel prezzo imposto al ribasso invogliava all'ascolto ma anche all'acquisto.
Un ascolto, due ascolti...cento ascolti.
E poi quella giornata di pioggia nella quale sono andato a prenderla per portarla via.
Ed i concerti. Uno di fila all'altro.
Al Tenax di Firenze eravamo pochi ed ero davanti. In un altro posto all'aperto, del quale non ricordo il nome, a comprare portachiavi e maglietta del gruppo. E prima di pagare salta la luce e...vabeh, so che non si fa, sono andato via senza pagare.
Questo folk irlandese all'emiliana che ci faceva ballare, senza fiato, senza coordinazione, senza maglietta.
E l'amica che storpiava il nome. Sempre. Ogni volta e senza farlo di proposito.
E poi "certo che il cantante che è andato via era quello più bravo dei due che avevano". E anche "questo che è rimasto, è bravo, ma alcuni pezzi propri non riesce a farli". Frasi ripetute a turno ma sempre da sotto uno dei loro palchi. Con l'affetto di chi si riuniva in un'unica grande famiglia.
E lei non c'era già più ma c'erano ancora mille strade, mille girotondi con gli avambracci intrecciati, mille mani unite, mille mani al cielo, mille baci nascosti al cuore.
E stasera...ho riportato tutto a casa...

27 febbraio 2013

Impressioni di febbraio

"...Quando è stata quell'ultima volta
che ti ho vista e poi forse baciata
dimmi adesso ragazza d'allora
quando e dove te ne sei andata
perchè e quando ti ho dimenticata.
Ti sembrava durasse per sempre
quell'amore assoluto e violento
quando è stato che finito il niente
perchè è stato che tutto si è spento
non ha visto nemmeno settembre..."

15 novembre 2012

E ti scrivo perchè per cantare è tardi...

Caro amico, questa sera riascoltavo vecchie registrazioni. Quelle fatte insieme quasi 10 anni fa.
Spesso mi attacco al passato, quando il presente me lo richiede. Mi fa capire da dove vengo e mi restitutisce una nuova dimensione; un nuovo punto di vista.
Mi tuffo nei ricordi di quegli anni splendidi passati insieme a suonare. Quando eravamo tu ed io. E la tua attuale moglie, che ci seguiva sempre: fotografa e portatrice di grazia.
Ricordi e immagini si accavallano ma, con un pò di concentrazione, tutto appare nitido e chiaro, come è sempre stato chiaro quello che volevamo fare.
E' stato un gran bel gioco fatto di note, chiacchere, birre, chilometri in macchina,
Ti ricordi quando siamo andati a suonare in Francia?
Decines-Charpieu si chiamava il posto. Vicino Lione. Praticamente imbucati in mezzo a tanti musicisti veri o in procinto di diventarlo. A bere birra e pensare che, in fondo, essere li non era del tutto immeritato.
Il primo demo te lo ricordi? Registrato a casa di quel tuo amico, sopra il Pirobutirro, il locale dove tutto è iniziato.
Ne avrei, e son sicuro che anche tu ne avresti, di cose da ricordare.
Magari, un giorno, ti prenderai una pausa di qualche ora dalla famiglia e, davanti ad un bicchiere di vino, sarebbe bello ricordare come eravamo.
Sarebbe bello ricordarmi che, anche se adesso c'è più gente davanti a me quando suono, ce n'è sempre meno al mio fianco.


1 ottobre 2012

Roma perchè...

1.Perchè è bella pure se piove
2.Perchè la metro C è (da) sempre in costruzione
3.Perchè ci sono persone a cui voglio bene
4.Perchè custodice ricordi meravigliosi
5.Perchè, per la strada, capita di sentire: "rigore pa' 'a lazio!"
6.Perchè c'è la Roma e il Capitano
7.Perchè mi fa venire una spelndida allegra malinconia
8.Perchè mi sembra di tornare a casa (anche se non ne faccio parte)
9.Perchè il romanesco dovrebbe diventare lingua nazionale
10.Perchè ci sono via Cortina, via Rocca di mezzo, il quattro piotte, il Calasanzio, Piazza Giochi, Mondi, ecc...

PS: 11. Perchè Roma è Roma e l'artre città nun so' 'n cazzo!

23 settembre 2012

FdG

De Gregori mi fa sempre uno strano effetto.
Per me, è un pò diverso rispetto agli altri cantautori italiani.
De Andrè è quello della poesia pura, intellettuale che parla di emarginati. Forma e sostanza.
Guccini è Guccini. Una sorta di padre aggiunto. E' quello di quando ero ragazzino, quello dell'esser fieri del proprio sognare; anche attraverso il suo sguardo lucido sul mondo.
Francesco De Gregori di Roma è, per me, particolare.
E' quello della memoria. Del ricordo. Non legato a qualcuno o qualcosa, necessariamente.
Il suo scrivere e cantare odora di Roma, di storie, di occasioni perse, di personaggi realisticamente inventati.
De Gregori è malinconia. Splendida malinconia.
Mi ricorda lei. Anche se non ci sono canzoni legate a quel periodo.
O forse sono io che non dimentico e do la colpa a lui...

 "...nessun calcolo, nessun senso, dentro questa paralisi..."


29 agosto 2012

Appunti di fine estate: fuori tempo massimo.



Alla fine, ho capito...
Per quanti locali possa aver frequentato...
Per quante bevute e sbronze con gli amici possa aver preso...
Per quante donne possa aver scopato...
Per quante feste possano avermi visto tirare mattino...
Per quanti concerti e film possa aver visto...
Si arriva ad un momento nel quale niente è più interessante.
E conta solo amare un’unica persona. Ma solo quella.
E vivere con lei. E per lei

22 giugno 2012

Once upon a time...

Per me, il basket si ferma a Michael Jordan (senza dimenticare Magic e Larry)...
Per me, il tennis si ferma ad Andrè Agassi...
Per me, la musica si ferma agli anni novanta...
Sono vecchio? Non credo.
Sono un nostalgico? Di sicuro.
Preferivo, però, telefonare e dover parlare con i genitori, se erano loro a rispondere.
Mi piaceva la televisione uguale per tutti, bella o brutta che fosse, e non quella odierna che ci divide in fasce di prezzo. In pacchetti.
Mi manca il periodo nel quale non sapevo mai i cognomi delle persone perchè non avevo un social network che me lo diceva. E non mi informava neanche sulle altrui vacanze, amicizie, posizioni in tempo reale.
C'è stato un tempo nel quale con le persone ci dovevo parlare faccia a faccia perchè non c'era altro modo. Quando per comunicare potevo usare solo la voce. E cazzi miei se ero intorverso (che fa più figo di "timido").
Ricordo che quando prendevo un appuntamento per un incontro, ad eccezione dei ritardatari cronici, eravamo tutti puntuali perchè non c'era modo di avvetire dieci minuti prima del proprio ritardo. Ed il posto scelto restava, invariabilmente, quello concordato.
Ripenso a quando, quasi ogni ragazza conosciuta, era un mondo da scoprire e non una da portarsi a letto. E, spesso, tendevo a pianificare, mentalmente, un futuro insieme, pur sapendo inconsciamente che non si sarebbe realizzato.
Tempo fa, le persone erano Persone e non numeri. Con gli amici, mi trovavo sempre nello stesso posto e le cose da fare erano limitate dal minor flusso d'informazioni.
L'eco di "eventi" lontani non mi raggiungeva, se non in forma mitica. Facevo quello che conoscevo.
L'impressione era che ci fossero meno possibilità ma migliori. Maggior isolamento ma meno solitudine.
Oggi, ho la quasi-certezza che davo maggior valore alle cose e alle persone che potevano essere importanti per me.
E i punti di riferimento non esistono più, anche se tutto sembra più facile.

26 marzo 2012

Future's chimes Serenade

Ormai non ci vediamo da tanti anni e incrociarti per strada non ha più nessun sapore.
Da quella mail che ti ho mandato anni fa, tutto è finito.
O meglio, non è ricominciato.
Il silenzio dei giorni seguenti è stato un rombo nelle orecchie. La tua assenza una miniera scavata in profondità.
Poi, piano piano, la vita è ripresa normalmente.
Qualche mese dopo ho incontrato una persona e, passato circa un anno, abbiamo deciso di vivere insieme.
Purtroppo non è durata e i piatti volati per aria sono stati la colonna sonora di quel fallimento.
Dopo di lei, è seguito un periodo di calma fino a quando non ho incontrato la futura madre di mio figlio Edoardo (come il cantante del gruppo che mi faceva impazzire quando ero più giovane).
Non è stato facile perchè lei era una cantautrice mediamente nota e spesso eravamo lontani per le sue turnè, quando io non potevo seguirla. Almeno sono finito nelle note di alcuni suoi cd e una manciata di sue canzoni erano dedicate o ispirate a me. Come in "Alta fedeltà" il sogno del protagonista si era avverato.
Non ho mai fatto bungee jumping come mi ero ripromesso perchè, a forza di rimandare, l'idea è sfumata.
Sono però stato a New York e nelle capitali della musica del Nord America: Chicago, New Orleans, Cleveland, San Francisco, Los Angeles e Seattle. E' in quest'ultima che l'ho conosciuta.
Mi ero appostato fuori dagli studi della band di cui sopra e, dopo un'ora, mi sono accorto che non ero solo. Dopo una serie di sguardi di nascosto, lei mi ha chiesto in inglese, di dove fossi. Aveva circa dieci anni meno di me ma i tratti del volto erano già quelli di una donna che sa cosa vuole e cosa, invece, vuole evitare.
Fortunatamente, io non rientravo nella seconda lista.
Abbiamo passato un paio di giorni insieme tra concerti, negozi di vinili e negozi di strumenti musicali.
In uno di questi, ci siamo accorti di volere la stessa chitarra e, senza sapere bene perchè, l'abbiamo comprata a metà. Quella chitarra, oggi, fa bella mostra di se nell'ingresso di casa nostra.
Al ritorno in Italia, ci siamo rivisti ed ho scoperto che lavoro facesse. Non seguivo più le novità musicali da un pò ed il suo nome o il suo volto mi erano ignoti. Quando mi ha detto cosa faceva per vivere, mi sono sentito come se avessi conosciuto la persona che avrei voluto essere: per il tipo di attività ma anche per il carattere e l'intelligenza.
Abbiamo cominciato a frequentarci nei week-end: a volte veniva lei da me, altre io la raggiungevo nelle città dove teneva i concerti.
Una sera, dopo quello che avevo scoperto essere il suo pezzo più famoso (una ballad elettrica sulle scoperte piacevoli dell'esser vivi) ha introdotto il pezzo successivo con parole che non scorderò mai: "tra le miglori scoperte e incontri ce n'è uno che mi porto dentro ora e per sempre. Questa è per lui. Si chiama Seattle's chimes serenade".
E la sua band ha attaccato una furiosa cavalcata sui sentimenti, sulle occasioni, sul caso e...su di me... .
In quel momento ho capito cosa saremmo stati nel futuro. Una famiglia.
E' successo tutto in fretta: la casa insieme, la gravidanza, la nascita.
Siamo sempre riusciti a trovare un equilibrio tra il suo nomadismo lavorativo e la vita insieme. Non so come mai ma è successo.
Ed eccomi qua a scriverti dopo anni solo per augurarti di stare bene e che i tuoi desideri si possano essere realizzati. E forse, se non ti avessi vista oggi, non lo avrei mai fatto, ma lo sappiamo bene che la vita è un gioco fatto di casualità, occasioni perse e occasioni date, immerse nel tempo che mette tutto in ordine.
Prima o poi...

20 marzo 2011

La luna e Lola

Ieri notte c'era qualcosa di strano.
Guidando verso la mattina la strada era diversa.
La lunga strada provinciale era illuminata da una luna più brillante. Una luna che rischiarava come a voler indicare la via al viandante emozionale che ho dentro.
Il sonno e qualche bicchiere di troppo sono scomparsi ed hanno lasciato posta alla quiete. La quiete di una strada deserta e omaggiata dalla luce lunare.
Una volta, sulle rive di un lago francese ho avuto la stessa sensazione. Sono passati più di un paio di lustri da quella notte con quella ragazza tedesca dai capelli di fuoco. Vino, luna e gesti naturali avevano azzerato ogni distanza linguistica. Niente di memorabile se non un pò di pace trovata ai piedi di una sconosciuta: la mia personale Franka Potente di "Lola Corre".

8 marzo 2011

Only the good die young

Quando ero piccolo andavo al pratone vicino casa e per ore giocavo con gli amici. Partite di calcio dalla durata interminabile, squadre fatte con l'antica tecnica del pari o dispari e sempre qualcuno che veniva messo in porta, esempio fanciullo di discriminazione, perchè non capace con i piedi.  C'era anche un ciliegio. A turno, a coppie, a terzetti, ci arrampicavamo. Il fatto che ci fossere le ciliegie, o meno, era puramente ornamentale.
Un pò meno piccolo, sopratutto d'estate, andavo al campetto a giocare a pallacanestro. Praticamente tutti i giorni. D'inverno, solo il sabato. Un paio di volte anche il giorno di natale con temperature proibitive.
Si giocava e si parlava. Si parlava e si andava alla bottega a fare merenda. E poi si tornava a giocare. Cinque contro cinque, quattro contro quattro, fino all'uno contro uno. Bastava ci fosse una palla, un canestro e qualcosa di semovente come avversario. Per i normali ma ricordo anche di uno che giocava spalle a canestro contro un albero...
Oggi, ancora meno piccolo, noto la differenza che c'è tra sbagliare o sbagliare un gol, un passaggio o un canestro.
L'importante, oggi come ieri, è non cadere dal ciliegio.

16 febbraio 2011

Dell'arte di dissertare su cose "futili"

Quando il mio amico Cecco si è fatto crescere il pizzetto è stato perchè la fidanzatina di turno aveva detto che gli sta bene. Lui, invece, fino a prima di conoscerla, ha sempre sostenuto che non apprezzava il fatto di avere peli inutili sulla faccia. Ma ora che quella specie di figa fa bella motsra di se sulla punta più a sud del volto, va in giro a dire che in fondo ci ha sempre pensato. Che gli sarebbe piaciuto ma non aveva pazienza di farla crescere.
Rifuggire qualcosa (qualcuno) adducendo spiegazioni più o meno razionali, più o meno condivisibili, è un pò la stessa cosa. Mento innanzitutto a me stesso, alle mie volontà. Cerco di trovare un motivo razionale laddove razionalità non c'è. E perdo di vista il motivo per cui volevo quel qualcosa (qualcuno). Mi riempio di ragioni tutt'altro che dettate dal cervello.
Prima traballo. Poi vacillo e, infine, cado. Quel qualcosa (qualcuno) non lo voglio più e forse basterebbe un pò di impegno per continuare come prima. In realtà, alleata di tante battaglie, la razionalità mente e spiega il perchè del mio mutamento.
Poi tace.
Poi non spiega come mai, in una serata di pioggia, sembra che il cielo pianga al posto mio come a colmare la pozza di quel qualcosa (qualcuno) che mi manca...


...Where the trouble starts.
Where does it end?
How can I be cured,...
How, before it ends?

I know... life would be different if I... held on. Held on.
I know... I could be something if I... held on.

Gave her life away,...
Put it in my pocket when it shoulda been framed.
Oh, I lost its shine.
Gotta get this outta my head,...
Out of my bed!
How could it end,...
End like this?
How could it end?

I know... life would be different if I had I... held on...
I know... I could be something if I had I... held on...
Pearl jam - Hold On
http://www.youtube.com/watch?v=7TtGeye6Mqg

10 maggio 2010

And THE radio plays...

In un paese dal cuore nero, averlo rosso non rende le cose facili. Una schiatta di sangueblu marcia incontrastata verso il dominio dei corpi, delle mani e delle menti.
Una voce che parla come radio a onde anomale.
Una voce che scoperchia vasi da non aprire e mette in piazza quel che mai si pensava sarebbe stato reso visibile.
Il pensiero di quel ragazzo era anche il verbo di quel ragazzo ed il messaggio doveva arrivare a cento passi da casa sua o a centomilioni di falcate di distanza. Non importava come, importante era che quella voce potesse essere udita. Importante era che orecchie, più o meno addestrate, cogliessero l'essenziale, capissero.
La denuncia, troppo spesso, è un lamento di Cassandra che il vento spazza come la scopa fa con la polvere.
La denuncia, troppo spesso, ha effetti che l'uomo ancora oggi non è in grado di concepire come appartenenti al suo essere umanità.
Questo voleva essere un racconto, voleva sembrar metafora ma certi episodi non possono esserlo. Certi episodi sono realtà. Certe vite sono già, di per se, romanzi e, quindi, non romanzabili. Sono romanzi massacrati a sassate e fatti saltare in aria come marmo in miniera, come se la vita non avesse valore o anima.
Orecchie, si diceva. Alcune l'hanno inteso. Altre hanno capito e avuto paura. Quelle stesse orecchie hanno armato il braccio di chi, dalla sua montagna di merda, in una notte di maggio, ha deciso di spengere per sempre quella radio.
E non conta tutta la pioggia che laverà le lacrime versate. Ogni cazzo di goccia salata portata via, verrà sostituita da una nuova, perchè ricordare è l'unica strada.
Una strada che in soli cento passi riuscirà a non far dimenticare che, una radio spenta, conta più di mille accese ma che non hanno più niente da dire.
Ciao G.