4 febbraio 2016
2 febbraio 2016
Di sbilanci, sfide e...
Ho questa terribile abitudine a fare sbilanci delle cose.
Si, sbilanci.
Fare un bilancio è troppo facile: nasconde sempre la velata speranza che sia in attivo o, al limite, in pari.
Lo sbilancio, invece, presuppone una lunga lista di cose a sfavore, di cose che non mi piacciono, di cose che non vanno, di cose da regolare.
E tutte queste sono quelle da aggiustare.
Il guaio è che, durante la stesura della lista, vengo colto da una sensazione di sconfitta e sconforto. Ecco...una persona normale, probabilmente, prenderebbe la cosa in maniera negativa. Io la vivo come una sorta di sfida. Entro in quella che io chiamo amabilmente "modalità sfida".
Fare uno sbilancio non vuol dire esser pessimisti. Vuol dire essere realisti. Vuol dire analizzare una situazione partendo dal peggio che c'è. Solo in quel momento posso cominciare a decostruire quel che non mi piace per ricostruire quello che di buono mi interessa.
Non dico sia un modo facile per affrontare le situazioni ma mi permette di applicare un paradigma tanto complicato, quanto banale: problema - soluzione.
Ad ogni problema corrisponde una soluzione.
Esiste la soluzione che risolve ed è la via migliore.
C'è, poi, la soluzione che permette di tollerare. E' una via sul filo dell'equilibrio instabile ma comodo. Un problema che non può essere risolto, necessità di essere governato e gestito. La mente permette di fare questo, apportando continui aggiustamenti ed enormi "chi se ne fotte". E' la regina delle sfide. E' quel lasso di tempo che mi fa sentire vivo, attivo, abile, ingegnoso. E' la somma di quei momenti nei quali mi accorgo che la roba contenuta nella mia scatola cranica ha un suo bel motivo di starci.
Infine, troviamo la soluzione inesistente. Il modo peggiore di sicuro. Quando soluzione non c'è, resta solo la cancellazione del problema. E, quindi, della situazione. Odora parecchio di resa e di sfida persa ma ci sono casi nei quali la miglior vittoria è una sconfitta onorevole.
In ogni caso, non abbandono mai prima di averci provato. Non abbasso mai le braccia prima che la campanella suoni la fine del match.
Si, sbilanci.
Fare un bilancio è troppo facile: nasconde sempre la velata speranza che sia in attivo o, al limite, in pari.
Lo sbilancio, invece, presuppone una lunga lista di cose a sfavore, di cose che non mi piacciono, di cose che non vanno, di cose da regolare.
E tutte queste sono quelle da aggiustare.
Il guaio è che, durante la stesura della lista, vengo colto da una sensazione di sconfitta e sconforto. Ecco...una persona normale, probabilmente, prenderebbe la cosa in maniera negativa. Io la vivo come una sorta di sfida. Entro in quella che io chiamo amabilmente "modalità sfida".
Fare uno sbilancio non vuol dire esser pessimisti. Vuol dire essere realisti. Vuol dire analizzare una situazione partendo dal peggio che c'è. Solo in quel momento posso cominciare a decostruire quel che non mi piace per ricostruire quello che di buono mi interessa.
Non dico sia un modo facile per affrontare le situazioni ma mi permette di applicare un paradigma tanto complicato, quanto banale: problema - soluzione.
Ad ogni problema corrisponde una soluzione.
Esiste la soluzione che risolve ed è la via migliore.
C'è, poi, la soluzione che permette di tollerare. E' una via sul filo dell'equilibrio instabile ma comodo. Un problema che non può essere risolto, necessità di essere governato e gestito. La mente permette di fare questo, apportando continui aggiustamenti ed enormi "chi se ne fotte". E' la regina delle sfide. E' quel lasso di tempo che mi fa sentire vivo, attivo, abile, ingegnoso. E' la somma di quei momenti nei quali mi accorgo che la roba contenuta nella mia scatola cranica ha un suo bel motivo di starci.
Infine, troviamo la soluzione inesistente. Il modo peggiore di sicuro. Quando soluzione non c'è, resta solo la cancellazione del problema. E, quindi, della situazione. Odora parecchio di resa e di sfida persa ma ci sono casi nei quali la miglior vittoria è una sconfitta onorevole.
In ogni caso, non abbandono mai prima di averci provato. Non abbasso mai le braccia prima che la campanella suoni la fine del match.
"...escape is never the safest path..."
28 gennaio 2016
武士道 #2
義, Gi: Onestà e Giustizia
Sii scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credi nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da te stesso. Il vero Samurai non ha incertezze sulla questione dell'onestà e della giustizia. Vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
勇, Yu: Eroico Coraggio
Elevati al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un Samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ciò significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L'eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.
仁 ,Jin: Compassione
L'intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d'aiuto ai propri simili e se l'opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una.
礼 ,Rei: Gentile Cortesia
I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.
誠,Makoto o 信,Shin: Completa Sincerità
Quando un Samurai esprime l'intenzione di compiere un'azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l'intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di "dare la parola" né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.
名誉,Meiyo: Onore
Vi è un solo giudice dell'onore del Samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.
忠義,Chugi: Dovere e Lealtà
Per il Samurai compiere un'azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il Samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.
Mañana, baby
Ho aperto questo blog il 24 aprile 2008.
Inizia così:
Mi presento...allegro, introverso, stronzo, degenere, esagerato, semi-soddisfatto, incazzato, felice, drastico, incerto, netto, brutale, silenzioso, ubriaco, stanco, sobrio, depresso, minimalista...
Inizia così:
Mi presento...allegro, introverso, stronzo, degenere, esagerato, semi-soddisfatto, incazzato, felice, drastico, incerto, netto, brutale, silenzioso, ubriaco, stanco, sobrio, depresso, minimalista...
Da allora ho scritto più di 200 post. Credo siano, incluso questo, 207.
Da allora sono anche cambiato un pò.
Comunque...
Circa due post al mese e non sono poi molti.
Da allora sono anche cambiato un pò.
Comunque...
Circa due post al mese e non sono poi molti.
Ho parlato di vita, musica, cinema e, sopratutto di me stesso.
Ho trovato uno spazio nel quale il mio ego si possa esprimere senza contraddittorio.
Un luogo virtuale nel quale poter demonizzare quello che mi succede.
Scrivere, per me, è sempre stato momento assoluto di catarsi.
Un continuo buttare fuori quello che ho dentro.
Il punto è: praticamente nessuno ne conosce l'esistenza.
O meglio, le persone che sanno di questo posto si contano sulle dita di un paio di mani. Almeno credo.
Chi lo ha scoperto per caso e chi è stato informato da chi adesso sta scrivendo. Questa seconda categoria (e parte della prima) contiene quegli esseri umani che, dopo attenta valutazione, ho voluto far entrare nella mia piccolissima cerchia.
Spesso mi sono chiesto se fosse il caso di renderlo un pò più pubblico ma ho sempre avuto paura di scoprirmi. Lo ritengo un luogo troppo privato.
Diventasse di dominio pubblico finirei per perdere fluidità e un altro pò di sincerità. Perchè, parliamoci chiaro, un diario "pubblico" non può essere scritto di getto e visceralmente al 100%.
Da quest'ultima cosa nasce l'avvertenza di queste pagine: questo sono io. Non tutto quello che scrivo è vero o preso dalla realtà. Non tutto quello che penso, lo scrivo.
Credo per lasciare un margine di dubbio su cosa possa essere reale e cosa no (anche se so bene che...no vabeh...niente...).
Quindi, forse, un giorno mi deciderò a "pubblicizzarlo".
Quale sarà questo giorno non lo so.
Potrebbe essere domani o mai.
Potrebbe essere domani o mai.
Mai dire mai.
Mai dire domani.
Mai dire domani.
Sure baby, mañana.
It was always mañana.
For the next few weeks that was all I heard
mañana a lovely word and one that probably means heaven
JK
26 gennaio 2016
Kampai!
Mi è stato detto che sono indecifrabile.
Premesso che ritengo di non essere un mistero insondabile, è una cosa su cui ho riflettuto.
Ma facciamo un passo indietro.
Da piccolo, ero sicuramente un bambino solare, allegro sempre, propenso all'intrattenimento del prossimo: un casinista di prima classe.
Poi sono cresciuto e credo che l'aver cambiato città in una fase della vita, che molti definirebbero formativa del carattere, abbia inciso. E non poco.
Ogni volta dovevo ricominciare. A conoscere gli altri e a farmi conoscere. Forse, mi sono trovato al punto di dover decidere di chiudermi perchè ero stanco di "imparare". Chiaramente, in maniera del tutto inconsapevole.
E così, dai 15 anni, sono diventato introverso, ombroso, solitario con parsimonia.
E' probabile che questo sia uno dei motivi.
In aggiunta, ritengo di essere una persona che non ama mostrare debolezze o slanci particolari. Non amo manifestare gioia, tristezza, rabbia, rancore, amore, in maniera troppo evidente.
Tendo a tenere tutto dentro. Ad avere un guscio esterno, parzialmente opaco, che serve a contenere quello che definirei un tumulto.
E' così che mi sento spesso: un'anima che ribolle.
Da fuori, sono misurato, pacato, quieto.
Dentro, ci sono volte in cui mi sento esplodere. Sia in positivo che in negativo.
Non mi definirei un trattenuto perchè quando voglio esterno. E lo faccio con immacolata chiarezza. Però, lo faccio quando ne vale la pena. Tendo ad esporre e difendere le mie idee ma a tenere al sicuro i miei pensieri. Per difenderli.
Una doppia difesa.
Per esemplificare...
Se non ricordo male, in un romanzo di Baricco, ci sono un lui che beve the da una tazza ed una lei che, a sua volta, beve dalla stessa tazza. Ma quest'ultima, nel farlo, la gira per bere nello stesso esatto punto in cui lui aveva bevuto. Gesto meraviglioso ma fatto di nascosto, per non farsene accorgere.
Ecco, temo di esser così: uno che certe cose le vive di nascosto dagli estranei perchè non voglio che perdano il valore che hanno se condivise con il mondo.
22 gennaio 2016
Riabilitare la normalità
Oggi riflettevo sul concetto di normalità.
Troppo spesso la si confonde con la banalità.
Faccio un esempio.
Il barbone incolto, di per sè, è normale: copre il viso dal freddo, è il risultato di mesi dominati dalla non voglia di radersi, ecc....
Il barbone ipercurato da hipster è banale. E' una cosa che esiste perchè va di moda. Non è una barba incolta ma è frutto di ripetute visite in un barber shop. E su questa cosa potrei aprire un intero blog.
La normalità è, a volte, vista come una cosa negativa, noiosa e, appunto, banale.
Credo, invece, che la normalità sia necessaria perchè possa esistere la straordinarietà.
Come il concetto di bene avrebbe poco senso senza quello di male, così un vivere normale ci permette di avere momenti straordinari.
Quelle impennate improvvise di cui è costellata l'esistenza.
Quel sentirsi, anche solo per un attimo, baciati dal fato.
La normalità, ripetuta, fugge dall'abitudinarietà banale perchè spinge verso la ricerca dell'inaspettato.
A volte basta un momento epico per ridare senso alla propria vita. O meglio, una serie di momenti a lungo cercati e, ogni tanto, trovati.
Possono durare anche un attimo ma potrebbe essere proprio quell'attimo che vale la pena di esser vissuto.
Del resto, ho sempre avuto il sospetto che si viva aspettando l'onda perfetta
21 gennaio 2016
Mappe
Nella vita si cade. Fisicamente ma, sopratutto, metaforicamente.
Ci sono grandi cadute che provocano enormi arresti.
Ci sono piccole cadute che rallentano solo un poco.
Io, forse, sono fortunato. Grandi cadute mai.
Diciamo che mi sono specializzato nei piccoli traumi interiori.
E, credo, siano stati tanti.
E, credo, di esserne uscito sempre con una sorta di totale noncuranza. Almeno esteriormente.
Ogni volta, invece, qualcosa ho lasciato per strada. Qualcosa di me. Una parte del fanciullo incantato che sono stato.
Dovrebbe chiamarsi vita. Io lo chiamerei evolversi. O cercare. La vita è una costante ricerca di se stessi. Un continuo migrare mentale verso quello che saremo. Partendo da quel che siamo.
Quindi, ogni esperienza serve a questo. Ogni dannata cicatrice traccia una mappa che, se percorsa al contrario, mi riporta al punto di partenza.
Ci sono momenti nei quali questa mappa la indosso con fierezza. In altri, la temo.
Perchè mi rende consapevole del fatto che certi eventi, scelte, inciampi, potrebbero avermi anestetizzato e reso insensibile.
Spesso, però, mi rendo conto che così non è perchè tutto il passato mi torna addosso come un onda anomala. Uno tsunami inarrestabile che posso solo farmi passare sopra, trattendeno il fiato il più a lungo possibile.
Dimenticare sarebbe la soluzione ottimale. Affogare i ricordi una bottiglia di vino umorale.
Ma i ricordi sanno nuotare benissimo...
"...excuse me please one more drink
Could make it strong cause I don’t need to think
She broke my heart my Grace is gone
One more drink and I’ll move on
One more drink and I’ll be gone
One more drink my Grace is gone..."
6 gennaio 2016
Ho capito...
Ho capito che, se voglio, posso fare tutto. Certo non l'astronauta, il leghista o il supereroe.
Però, mi sono accorto che le potenzialità che ho (io come quasi tutti gli altri ominidi che popolano fastidiosamente la terra) mi permetterebbero, con applicazione ed impegno, di riuscire.
Ho capito che non sto diventando vecchio. Come un Dorian Gray di provincia o il vino, il passare del tempo mi migliora. Dentro e fuori.
Sto, semplicenente, diventando più saggio. E quindi, intelligente, paziente, acuto. E riflessivo (come se ce ne fosse stato bisogno).
Ho capito che non posso cambiare le cose che mi circondano. Non tutte. Così come non posso cambiare il mio modo di essere. Posso governare i problemi, a volete risolverli, posso limare me stesso.
Ho capito che gli ominidi fastidiosi di cui sopra sono di tante specie. Alcuni quasi adotttabili.
Molti di loro sono omuncoli inutili e piccoli d'animo e di pensiero.
Sono come i bambini. La razionalità serve a poco. Li puoi riprendere e brontolare ma dopo poco non si ricordano più la lezione. Li puoi lasciar piangere e battere i piedi ma, alla fine, scordano il motivo iniziale.
Ho capito di essere ad un altro livello rispetto a tali ometti. Ma, suppongo, non sono solo io che mi innalzo. Sono loro che sprofondano giorno dopo giorno.
Ho capito che devo puntare ad essere migliore di loro. Ma prima ancora del me stesso del giorno precedente. Che non mi devo livellare verso il loro spettinato baratro ma, ancora una volta, alzare l'asticella per saltare più in alto.
Ho capito che il gioco che conducono non mi piace e non posso farmi coinvolgere. Non posso guardare in basso; devo guardare in alto. verso ciò che mi può portare più su.
Ho capito che posso utilizzare le loro regole, e la lo loro scarsa propensione all'utilizzo della ragione, a mio favore.
Ho capito, anche, di essere permaloso e arrogante. Lo si sarà capito da quanto scritto poche righe più su. Ma anche ciclicamente immaturo, testardamente romantico senza dare nell'occhio, sbruffone senza svolazzi, esigente come il più rognoso degli insengnanti.
Ma questo già lo sapevo.
1 gennaio 2016
On the road...again...
Non so che cazzo di anno sia stato il 2015. Non sono solito tirar giù bilanci del genere.
Sono stati 365 giorni di transizione. E’ stato un anno strano.
Partito in salita. Una salita molto ripida che poi si è addolcita. Un po' di pendenza è rimasta ed è quella che mi ha tenuto vivo. Cerco sempre la via più semplice, quella che mi permetta di vivere al meglio. Questo modo semplifica la vita e mi tiene sempre pronto perché maggiori sono le difficoltà, più interessante e difficile è mantenere un certo status.
Ho cambiato lavoro, modo di vivere, ho cambiato il mio quotidiano usuale. L’ho fatto senza accorgermene e credo di essere una persona profondamente diversa.
E’ stato un anno, come il precedente, immerso nell’equilibrio che mi ero creato. Una bolla relativamente sicura che mi ha permesso di navigare in maniera piuttosto tranquilla.
Solo verso la fine, questo equilibrio si è piacevolmente rotto e, sapete che c’è, va bene così.
Forse, avevo smesso di pretendere perché era più facile.
E’ stato un anno nel quale mi sono concentrato sui pieni e sui vuoti, sulle mancanze.
Ci sono quelle definitive che sono ferite, o tatuaggi, che ispessiscono la pelle e la rendono più forte. Sono quelle con le quali si convive e che ci ricordano che, una volta, anche solo per un secondo, c’è stato qualcosa per cui è valso la pena combattere.
Poi ci sono i pieni ed i vuoti momentanei.
La mancanza momentanea, tendenzialmente riferita ad un essere umano, è una cosa positiva.
Ma l’ho capito solo da poco.
E’ una cosa bellissima perché vuol dire che, quando il vuoto si colmerà, si starà meglio.
Del resto ho sempre pensato che il cambiamento sia necessario solo se migliora la vita. E mi riferisco al cambiamento scelto e non predeterminato da eventi esterni.
Insomma, un 2015 di passaggio ed evoluzione.
Non mi pare cosa da poco...
Anche se di strada ancora ce n’è…
Buon 2016 (per quanto ritenga il calendario gregoriano una mera convenzione)
"... And on I read until the day was gone…
And I sat in regret of all the things I've done…
For all that I've blessed, and all that I've wronged…
In dreams until my death I will wander on…"
12 dicembre 2015
Ci sono molti modi (?)
Io conosco un solo modo: il mio.
Chiaramente, ognuno ha il proprio ma molti riescono a smussarne certi aspetti, in virtù di benefici. Sociali, interpersonali, lavorativi, economici, edonistici e così via.
Ma io conosco un solo modo. Le nuove generazioni, quelle fast & furious, direbbero "gas in fondo".
Io conosco solo un modo di fare le cose: fino in fondo.
Non riesco a concepire le mezze misure, le sfumature, gli equilibri forzati.
Provare e sbagliare è una delle cose in cui son più bravo. Ma almeno non ho rimpianti. A questi preferisco i rimorsi, le ipotesi a posteriori, l'accettazione del fallimento. La resurrezione dalle ceneri dei miei sbagli.
Negli anni ho solo iniziato a dosare e miscelare un pò di pazienza, per cercare di domare l'impulsività che mi ha portato a sbagliare strada più di una volta.
Anche adesso, scrivo di getto, non penso più di tanto alle parole che imbrattano il bianco della schermata.
Io conosco solo un modo anche se, con ogni probabilità, ce ne sono tantissimi.
"...I can accept failure, everyone fails at something. But I can't accept not trying..." (MJ #23)
24 ottobre 2015
Quello che non è
Rivedo una versione più giovane di me.
Sono sempre io con qualche anno in più ma per il resto è tutto uguale.
Bicchierate di ghiaccio ed un accenno di alcol, musica con troppi bassi e gente vestita a festa.
Sarà ma il luogo non mi appartiene. Non mi includeva 20 anni fa, figuriamoci oggi che ho una consapevolezza di me maggiore.
Ascelle pezzate e trucco tipo il joker di Batman sono padroni della festa. Inchiodati a fingere di esser quello che non sono.
Non ballo. Al massimo, mi muovo. La gente balla ma io no. Come in quel film di qualche anno fa, io ballo da solo. Non mi omologo, non mi unisco alla massa. Questo non vuol dire che abbia "ragione" io...ma, probabilmente, neanche loro. Loro, con questa tendenza a pretendere di essere altro da quel che si cela sopra i tacchi/trampoli.
Almeno oggi ho abbandonato quegli sguardi di traverso che dicono: son qua! Potremmo divertirci insieme.
Oggi so che, tu ed io, non ci divertiremo mai. So che viaggiamo su strade diverse e, sulla mia, non ti ci voglio.
Ed il dj continua a metter musica, fingendo di essere quello che non è.
23 luglio 2015
Sociologia: La settimana della normalizzazione
Tempo fa ho preso una decisione ed ho inaugurato quello che potrebbe diventare un rito peridodico.
Spesso, ho la sensazione di avere dei sospesi con le persone. Per motivi diversi tra loro come diversi sono i rapporti che ci legano. Non necessariamente niente di grave o gravoso.
Questa è una cosa che, sinceramente, mi è sempre riuscita difficile da accettare, quando si tratta di persone di cui mi importa qualcosa.
Quindi, ecco la grande idea: La settimana della normalizzazione
In cosa consiste?
Dopo avere deciso quali sono le persone con le quali vale la pena chiarire, mi sono preso una settimana per farlo. Sette giorni nei quali ho programmato incontri per esporre i dubbi su determinati rapporti che coinvolgessero me e l'interlocutore.
Non è detto che possa portare a miglioramenti sensibili nei rapporti ma, di sicuro, serve per metter sul tavolo le carte e proseguire con la mano successiva.
Ho tentato di normalizzare con la ex, diventata amica, perchè pensavo che, dopo anni, non le bastasse.
La settimana è proseguita con l'eterna indecisa per capire da che parte volesse andare e se ci saremmo andati insieme.
La sette giorni si è conclusa con un'altra ex che sistematicamente mi evitava (suppongo perchè spaventata) e questo non ha mai permesso di costruire un (post) rapporto da persone adulte.
Diciamo che l'esperimento normalizzatore è da provare anche se i risultati non sono stati particolarmente incoraggianti.
Con l'amica tutto ok. Chiarito e avanti tutta.
La ex sfuggente, in piena sindrome "carissimo Pinocchio", ha sostenuto che non fosse vero, anzi, solo il destino cinico e baro non ci permetteva di avere un rapporto amichevole e maturo.
L'indecisa è rimasta indecisa e, per quanto mi riguarda, persone che non hanno le palle di scegliere non le voglio intorno.
Concludendo, consiglio la settimana della normalizzazione.
Mal che vada, berrete qualche birra in compagnia.
17 luglio 2015
O paese d'o sole!
Mi è capitato di fare un colloquio per una cooperativa sociale. Proprio in questi giorni.
La cosiddetta posizione aperta riguarda progetti legati ai migranti. Proprio quei migranti di cui sentiamo parlare ogni giorno sui medium.
La cooperativa gestisce, assieme ad altre, un paio di strutture di prima e seconda accoglienza.
Nelle prime arrivano migranti che necessitano di tutto. Nella seconda, dopo avergli dato una ripulita, vengono ospitati alcuni "meritevoli".
Successivamente al colloquio, ho contattato alcune persone che conosco e che lavorano in questo campo.
Il quadro di desolazione lavorativa ed organizzativa che ne è uscito è sconsolante.
In soldoni, si tratterebbe di lavorare in questi parcheggi per esseri umani, ricoprendo una figura che si avvicina a quella del badante.
Chi arriva, fugge da qualcosa. Ma chi arriva non ha assolutamente gli strumenti conoscitivi e/o sociali per vivere una realtà assai diversa da quella d'origine.
La paga: una miseria.
Gli orari: turni con orari che abbracciano anche quei momenti che, di solito, sarebbero dedicati, alla vita privata.
Tutto questo lavoro porterebbe, ed è una delle cose agghiaccianti, a far avere, alle persone che hanno raggiunto il nostro paese sfidando la morte, la negazione di quel permesso di soggiorno/stato di rifugiato politico che è il motivo per cui questo stesso lavoro esiste.
Insomma, questo è il nuovo business!
Alberghi, e simili, che ospitano i migranti ricevono bei quattrini per ogni ospite.
Le cooperative, che gestiscono tali servizi, ricevono fior di quattrini.
Gli operatori ridevono quasi un cazzo.
Risultato: tenere parcheggiate le persone per tempi che superano l'anno e poi dir loro che dovranno tornare da dove vengono.
Risultato 2: piuttosto che tornare al paesello, scappano.
Non ci indignamo per gli aiuti economici dati ai migranti ma per come tutto, in questo paese, serva solo a riempire qualche tasca.
Non ci indignamo perchè agli stranieri concediamo benefici negati agli autoctoni ma perchè le risorse spese sono fini a se stesse e servono per alimentare un sistema.
Non ci indignamo ma aspettiamoli sulla porta e, sorridendo, diciamo a noi stessi: benvenuti in Italia!!!
PS: grazie a chi mi ha chiesto di non chiudere questo blog. Senza non avrei scritto ancora una volta qua sopra.
18 giugno 2015
C'è un tempo...
C'è un tempo per scrivere ed uno per leggere...
C'è un tempo per suonare ed uno per fare silenzio...
C'è un tempo per riflettere ed uno per non pensare...
C'è un tempo per aver tempo ed uno per la fretta...
C'è un tempo per comunicare ed uno per capire...
C'è un tempo per aprire un blog ed uno per chiuderlo...
...a breve...
C'è un tempo per suonare ed uno per fare silenzio...
C'è un tempo per riflettere ed uno per non pensare...
C'è un tempo per aver tempo ed uno per la fretta...
C'è un tempo per comunicare ed uno per capire...
C'è un tempo per aprire un blog ed uno per chiuderlo...
...a breve...
18 gennaio 2015
Hear the sirens...
"...It’s a fragile thing, this life we lead, if I think too much, I can’t get over
When by the graves, by which we live our lives with death over our shoulders
Want you to know, that should I go, I always loved you, held you high above too
I studied your face, the fear goes away..."
When by the graves, by which we live our lives with death over our shoulders
Want you to know, that should I go, I always loved you, held you high above too
I studied your face, the fear goes away..."
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