16 marzo 2012

Vecchi amici
Nuovi amici
Note, toni e stoni
L'insostituibile ti sbatte in faccia la verità

15 marzo 2012

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 7

Rimasto solo sulla terrazza, non trova di meglio da fare se non buttare di sotto i bicchieri vuoti.
Non c’è una logica a questa azione. Lo fa.
Sente il rumore dei vetri che s’infrangono in basso e gli sembra che sia il suo Io a frantumarsi in mille pezzi.
Poi si volta e raggiunge l’interno con passo svelto.
Viene fermato da un cameriere che, visibilmente irritato e affaticato, chiede spiegazioni per quel gesto così poco cortese.
Avviene tutto in un attimo.
Sente la mano dell’uomo sull’avambraccio sinistro e non riesce a sopportarla, quasi fosse la catena che lo tiene legato a quel posto.
Si sente braccato e sente salire dentro il desiderio di scontro. Il desiderio di sentire male fisico.
Si divincola con uno strattone e colpisce al volto il cameriere con il pugno destro.
Sente rompersi qualcosa. Non sa se è la sua mano o una parte del volto che ha appena colpito.
L’uomo si affloscia a terra. Ha visto nel suo sguardo la sorpresa e subito dopo lo ha visto come svuotato della colonna vertebrale, da quanto velocemente è volato un passo indietro e poi si è come sgonfiato.
Si sente colpire alle spalle da quello che pensa possa essere un calcio. Perde l’equilibrio e si ritrova per terra.
Intorno a lui ci sono numerosi completi neri, probabilmente i colleghi del neo invertebrato ma, mentre cerca di metterli a fuoco, sente rompersi una costola. O forse più di una. Gli occhi gli si riempiono di lacrime. Quello che ritiene sia un calcio lo ha preso fecandogli esplodere i rimasugli del suo cuore. Quel cuore che, negli ultimi tempi, ha così poco curato.
Altri colpi, da tutte le direzioni, centrano vari bersagli invisibili situati sul suo corpo.
Dopo quei momenti, che sembrano durare troppo, viene sollevato di peso, quasi senza conoscenza, e riapre gli occhi al di fuori del portone da cui era entrato poco più di un’ora prima.
È sdraiato sul marciapiede. Gli gira la testa ma si alza lo stesso. Gli fa male tutto ma riesce a mettersi in piedi.
Sente fitte alla faccia, alla testa, al busto mentre la gamba sinistra sembra cedere ad ogni passo sotto il peso degli eventi.
In faccia ed in testa sente qualcosa di liquido.
In bocca sente un sapore che non ha mai sentito prima.
Comincia a camminare verso un nuovo giorno, nel quale dovrà raccogliere parecchi pezzi e dovrà curare la sua anima ferita. Del corpo, al momento, non si interessa…

(continua…)

6 marzo 2012

Out of order...again

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 6


Al ritorno la trova appoggiata con la schiena rivolta al giardino sottostante e gli occhi fissi su di lui.
Avanza lentamente perchè ha sempre avuto problemi a portare più di un bicchiere pieno. Sempre stato più facile svuotarli, i bicchieri. Per non parlare delle tazzine da caffè.
"visto che si è interessata, approfitterei di questa sua curiosità per vedere se riesco a far chiarezza".
Lei gli sorride come se, il fatto che avesse deciso di aprirsi, fosse la cosa più bella che potesse capitare.
Sotto sotto, Herbert sa che potrebbe essere la sua unica occasione prima di tornare a nascondersi.
Maya, come ha detto di chiamarsi la signora, sorseggia lentamente il cocktail che le è stato consegnato e lo fissa. Ancora una volta con l'aria di chi sa, della persona a cui è inutile mentire.
Herbert le racconta tutto, soffermandosi su particolari che lui stesso ritiene superflui. La sua interlocutrice, invece, sembra trovare tutto interessante. Al minimo dubbio sul fatto che possa fingere, la luce nei suoi occhi risponde smentendo inequivocabilmente il sospetto.
Ogni tanto lo interrompe e fa domande, come per farsi un'idea più chiara.
Andando avanti nel racconto, H. ha quasi l'impressione che potrà ricevere la soluzione, la chiave per capire, il raggiungimento della felicità. Ha anche lo strano sospetto che lei conosca già ciò che sta sentendosi raccontare.
"e questo è quanto è successo. Anche se, raccontare due anni in poco tempo non è facile"
Si aspetta una risposta, una frase risolutrice, un consiglio. Addirittura che lei gli scoppi a ridere in faccia.
Invece, all'improvviso, con un guizzo che pareva impensabile, lei lascia cadere a terra il bastone e lo abbraccia.
Lo stringe a se senza alcuna malizia.
E lui inizia a piangere...sente come se tutto fluisse via...inarrestabile...
Sente che quello è un abbraccio familiare; e capisce che  tutto quello di cui aveva bisogno era di essere abbracciato per sentirsi nuovamente sicuro.
La guarda di sfuggita e riconosce per una frazione di secondo il viso di chi lo sta tenendo al sicuro. Haq l’impressione che non sia la prima volta perché vede un viso che ha già visto più volte e che affiora, sotto i segni del tempo, dal volto di quella persona anziana. E, senza pensare di esser diventato matto, sa che quella stessa faccia la rivedrà fanciulla.
In quel volto, tra le lacrime, sta vedendo il suo passato, il presente ed il suo futuro.
Si stacca per asciugarsi le lacrime e quando torna a posare lo sguardo su Maya, vede solo uno spazio vuoto.
Non prova nemmeno a cercarla.
E' scomparsa lasciandogli molto più di quello che pensava: consapevolezza.
La consapevolezza data dallo sguardo d'insieme, dalla prospettiva che spinge al di la del giorno dopo; un filo rosso che lega il suo passato con l'oggi e che servirà da guida per il futuro che lo aspetta.
Tutto legato insieme.
La consapevolezza di voler esser parte di una cosa unica...
E rientra dentro perché non abbandonerà la festa fino a quando non sarà finita.
Non si arrenderà di fronte a qualche difficoltà.

(continua...)

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 5

La cosa peggiore, pensa Herbert, è che devo fingere di essere allegro.
Era stato sempre così. In mezzo agli altri non riusciva a mostrare quello che sentiva nei momenti di tristezza.
Una volta, gli avevano detto che non lo potevano vedere triste. Che non era accettabile.
Ha sempre avuto un pregio, in effetti: una grande forza d'animo.
Ma in quel momento, affacciato al balcone, sapeva di non potercela fare.
Dentro, il salone era pieno di gente in festa. Vestita a festa.
Si era costretto ad abbigliarsi elegante e ad uscire. Pensava che uscire dal nascondiglio di casa sua lo avrebbe fatto sentire meglio.
Circondato dalla gente, aveva resistito non più di dieci minuti.
Aveva avuto la sensazione fortissima di non essere mai uscito dal luogo dove era stato rintanato nelle ultime ore.
Era consapevole del fatto che non poteva uscire da se stesso, che non poteva fare finta di niente.
Sopratutto che non poteva abbandonare.
Spesso, in passato, aveva mollato. Aveva chiuso strade perchè non sapeva dove lo portavano.
Ce n'era una, però, che era rimasta sempre aperta, malgrado tutto quello che era successo, malgrado il presente che stavano vivendo in quel momento. O quello che avevano vissuto.
"disturbo?" una voce alle sue spalle
Si gira e si trova di fronte una signora di una certa età. Diciamo intorno ai settanta. Si muove lentamente ed ha uno strano modo di fissarlo. Nota che è ancora dotata di fascino, al di la delle rughe che le solcano il volto e dell'evidente difficoltà nel camminare, anche se aiutata da un bastone.
"è un paese libero" risponde lui secco, pentendosi subito del modo brusco in cui lo ha fatto.
"la vedo pensieroso, signor?"
Dicendo il suo cognome, si rende conto di quanto siano effimeri i nomi che ci diamo o che diamo alle cose. Di quanto sia affannosa la corsa a definire le cose. Per non parlare dei sentimenti. Quanto sia ridicolo cercare sempre un perchè.
"Mi scuso ma stavo riflettendo e non amo essere interrotto. Ma capisco che se non si vuole che succeda, i compleanni non siano il miglior posto nel quale farlo"
La signora, lo guarda di traverso e si avvicina fino ad appoggiarsi alla balaustra del balcone, proprio accanto a lui.
"non si deve scusare. Ho il brutto vizio di voler capire la gente. L'ho vista entrare e muoversi a disagio, fino a quando non mi è parso, letteralmente, fuggire verso la terrazza. Mi sono chiesta cosa potesse muoversi dentro un giovane come lei per spingerla a non notare gli sguardi di ammirazione delle donne e d'invidia da parte degli uomini"
Herbert resta a bocca aperta. Non capisce come un'estranea possa permettersi di ficcare il naso dentro di lui. La cosa strana è che non ne è per niente infastidito.
Sono giorni che cerca di capire a chi potrebbe rivolgersi per fare chiarezza dentro di se ma non ha trovato un candidato adatto tra i suoi amici o conoscenti.
Quindi, si dice, tanto vale fidarsi di questa sua nuova amica ignota.
"Le posso prendere da bere?" chiede con un barlume di galanteria.
visto che lei accetta, s'incammina verso l'interno, intenzionato a essere di nuovo fuori nel minor tempo possibile...
(continua…)

Giorno due: Like Dylan in a movie

Sto correndo.
Come in ogni film di quel regista giovanilista italiano, serve una scena di corsa.
Corro.
Il cuore mi scoppia, i piedi appoggiano alternati per una frazione di secondo. Per andare il più veloce possibile, ogni appoggio deve durare il tempo della spinta in avanti. Senza indugi, senza bisogno di pensare a quale sarà il prossimo passo.
Prima ho imparato a camminare, col tempo, a correre.
Il mio corpo non si chiede mai come si faccia. Lo fa e basta.
La corsa è un sentimento. È dentro. C’è. Non ha altro da aggiungere e non deve convincere l’asfalto a venirgli incontro.
Corro perché temo che sia tardi e che possano essere prese decisioni che mi taglieranno fuori dalla vita che vorrei, per sempre.
So solo che più forte corro e più vento riuscirò ad alzare intorno a me.
Potrebbe portarmi dove voglio andare o spazzarmi via.
Spero nella prima ipotesi…

Giorno uno: ho questa foto di pura gioia...

E' notte ma il giorno uno inizia adesso.
Azzero l'orologio e riparto da zero.
La fiducia è un muro crepato da ristrutturare.
I rampicanti ne deturpano la superficie liscia.
Intanto devo strapparli via e poi mettermi al lavoro.
E non sarà una cosa facile.
Riguardo questa foto che tengo in uno dei miei romanzi adolescenziali preferiti. Il libro parla di una strana storia di amore, amicizia, punk rock e arrivederci.
Non addii ma arrivederci...
Cosa vedo in questa foto?
Vedo un bianco e nero...vedo sfumature di grigi allungate dall'alcol. Ci sono sguardi e parole intuite, ci sono promesse non dette perchè troppo presto. Ci sono cose non ancora comprese.
Sembrano passati anni ma il ricordo è ancora vivo.
Questa foto serve per cominciare a chiudere la crepa

4 marzo 2012

His Airness

"...Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, oltre diciasette volte a meno di 10 secondi dalla fine.
Ma nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite.
Ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato.
Nella vita ho fallito tante volte...ed è per questo che alla fine ho vinto tutto..."

                                                                                                         MJ #23

3 marzo 2012

I'm not leaving here

Oggi non è un buon giorno.
Come non lo sarà domani.
Ed il giorno dopo domani.
Una costante alla quale abituarsi.
Così come resterà costante un'altra cosa:

IO

SONO

QUI

E un giorno chi lo deve capire lo capirà.
E un giorno certe cose perderanno opacità e riacquisteranno il loro naturale splendore
E un giorno torneranno a riempire stanze interiori adesso troppo vuote.
Insopportabilmente vuote...

E' notte alta e sono sveglio...

Tempo fa, scrivevo che rispondere alla domanda "sei felice?" era cosa ben difficile.
Questa notte ho la risposta.
Non la darò in pasto alla rete, come se fosse un tonno. Io la conosco e questo mi basta. La sento dentro di me, la vedo riflessa nello specchio, la ascolto nella canzoni che suona lo stereo, la annuso nell'umidità di questa ora tarda.
Una cosa la posso dire: essere felici non è facile. E' una strada in salita che necessita di allenamento per vederne la fine. E' un percorso ad ostacoli che richiede grande forza di volotà perchè lo "stare bene" non viene servito su vassoi pregiati. Vuole essere costruito. Vuole pazienza, sincerità con se stessi e con gli altri. Vuole che ci si prenda cura di lui, che non gli si risolva la vita ma che si cerchi di essere un appoggio sicuro.
Ancora prima, scrivevo che ogni uomo è un isola. Frase dalla banalità evidente ma reale. Il problema è che ogni isola, in un mondo idealmente moderno ha molteplici possibilità di avere contatti con il resto del globo. O meglio, su di un'isola non c'è posto per una persona sola. Quindi, mi correggo: ogni uomo abita su di un'isola. Io ci ho sempre vissuto, avendo solo l'intuizione dell'arcipelago di opportunità che mi circondava. 
E' anche capitato che mi arrivassero segnali del tipo "ehi! non sei solo se vuoi".
Ma, non c'è peggior sordo di chi...no va bene...basta pensare per modi di dire e frasi fatte.
Passiamo ad un altro dei miei passatempi preferiti: la metafora.
Prendiamo un paese industrializzato, con un potenziale enorme ma sull'orlo della rovina. Questo paese ha perso credibilità, la forbice del grado di affidabilità rispetto ad altri paesi si apre sempre di più. In questo paese il servizio ferroviario non funziona bene. Perdere una coincidenza può non essere colpa del passeggero. Quindi, maestri nell'arte di arraggiarsi tipica del proprio popolo, i cittadini, sanno che avranno sempre la possibilità di porvi rimedio. Finchè non si accorgono che, cambiando paese, e quindi prospettiva, perdere un treno, laddove il servizio è assicurato e funzionante, equivale a perdere sul serio una possibilità.
Mi rendo conto che tali pensieri possano sembrare presi e incollati insieme a caso ma, non riuscendo a dare una logica alla situazione attuale, mi devo accontentare.
Esattamente dieci anni fa, scrivevo una canzone mai finita e con questa concludo questa giornata sapendo ancora una volta che, da domani, la vita degli altri continua.

"Sto sul mio albero e vivo in alto
con la testa piena e i pensieri tra le nuvole
Mi affaccio e guardo il mondo in affanno
la vita che muore lontana da me
Respiro e fuggo odori lontani
da luoghi dove non sono mai

Coltelli nella testa e tagli nello stomaco
il male che sento è quello che voglio
Una paura che trafigge e che lascia in me
ferite profonde che non so curare

Vivo sul mio albero ma non vivo mai
vivo di vite conosciute che non avrò mai"

Febbraio 2002

24 febbraio 2012

Canzone per Lara

Il mare illuminato dallo sguardo
Limite di occhi tra barche che fan baluardo
E perdere baci rubati da occhi lontani
Voti mai stati in pensieri mai nati

E non servono parole, men che mai questa canzone
E non servono le lacrime che piovono in questa stagione
Solo una culla dove posare un pensiero raccolto nelle mani
Quel che conta alla fine del giorno è restare umani

La mia penna scrive su un cielo di piombo
La pioggia si lava di sangue caldo
Dalle promesse esalano i resti
Di pietà armata e nuda sotto le vesti

Il sole attraverso un mirino
Il vento un grilletto soffio di un cecchino
Uccide in pace il lampo di orda distorta
esplode in fragore: pietà l'è morta

E non servon lacrime, men che mai questa canzone
E non servon le parole che si strozzan nelle gole
Tornare a casa e trattenere nelle tue mani la
curiosità sospesa di entusiasmo nel domani
3 marzo 2012

21 febbraio 2012

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 4

Così, nel cuore della notte, una domanda rimbalza nella testa di Herbert: chi lo ha detto che non si può tornare indietro?
Esiste una regola scritta, in una qualsiasi legislazione dell'universo spazio-temporale, che vieti di cambiare idea?
Spesso si era trovato a ridere con gli amici, i poschi rimasti, della massima autolesionista secondo la quale solo gli idioti non cambiano mai idea. E giù risate per coprire con il rumore quella giustificazione posticcia e di bassa lega intellettuale.
Volendo prenderla sul serio, appare chiaro che non lo si può fare in continuazione, il mutare la propria opinione. Sarebbe schizofrenia e si entrerebbe in un campo alquanto melmoso.
Restando alla vita quotidiana, Herbert, sa bene che nella vita si possono prendere decisioni errate ma vi si può porre rimedio.
Era solito usare, nei serrati e poco proficui colloqui con se stesso, la metafora scontata della corda. Il passaggio repentino e continuato tra il bianco ed il nero, tra accensione e spegnimento di una volontà, è sempre una corda che viene tirata. Sostanzialmente elastica ma sottoposta al rischio materiale del lacerarsi e lasciarti con il culo per terra.
Il suo ego ha sempre sostenuto che gente come loro ha innumerevoli possibilità di sbagliare e di cambiare, di ritornare sui propri passi, di ricalpestarli in continuazione, anche se con leggere deviazioni.
Lui, invece, teme che a volte le occasioni siano contate e che la corda possa spezzarsi.
Il timore si accompagna alla consapevolezza di aver fatto bene. In totale contrapposizione.
Nella sua testa si aggirano questi rapinatori neuronici di pace che fanno scempio del gusto che si prova nell'assaporare il momento.
Dualismi che lo dilaniano.
Paradossi poco zenonici e sempliciotti sui quali tenta di costruire un propria filosofia del quieto vivere.
Giusto o sbagliato?
Possibile o non possibile?
(Sopratutto) Accettato realmente da altri oppure rifiutato?
Bonnie e Clyde...

18 febbraio 2012

Dell'impagabile attrazione del differire. Pt. 3

"Cosa hai pensato appena sveglia questa mattina?"
Non sentendo risposta. Sapendo di non poterne avere una, Herbert apre la serranda di camera.
Fuori piove. Mi sembra il minimo, si sorprende a pensare, il mio mondo ha bisogno di essere lavato.
Cerca di capire se stesso perchè da un pò di tempo non ci riesce.
Così come non ha chiara la volontà della società in cui vive.
Il comportamento dei suoi simili, negli ultimi decenni, era diventato intollerabilmente insopportabile.
Politica e scambio di favori erano la moneta quotidiana con la quale faceva le transazioni della sua anima. Ogni volta ne perdeva un pezzo. Ogni volta si sentiva più povero dentro.
Avesse potuto, almeno, barattararla per un pò di felicità. E poi?
Ci sono persone, come lui, che non sono avvezze alla felicità. Non perchè siano tristi, anzi. Il problema è che un forte realismo lo spinge, da sempre, a sapere che la felicità non dura per sempre; che prima o poi lascia il posto ad altro; che la vera gioia sta nella ricerca.
Quella ricerca lunga e faticosa che porta avanti da sempre, accompagnata dal rifiuto di una qualsiasi stabilità. O di quella normalità non banale che teme tanto.
Fuori continua a piovere e si accende una sigaretta.
Espira in una nuvola di fumo un altro pezzo di se e si ritrova a fissarsi le mani e a riflettere su quanto sembrino perfette per accogliere il suo viso.
Quel viso che era stata la prima immagine appena sveglio.

17 gennaio 2012

Ouroboros

Nel frastuono di versi e note, forse, perdo di vista le cose importanti.
Nel rombo di reverberi e distorsioni, a volte, faccio fatica a trovarmi.
Nel silenzio, allora, cerco frastuono e rombo