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15 maggio 2020

Love vuol dire parità

Mi scuso se, in questi ultimi mesi, non sono stato un virologo.
Se non ho pontificato su virus, sue evoluzioni e soluzioni.
Mi scuso se non ho dato sfogo alle mie intuizioni politiche, esponendo teorie dietrologiche sulla gestione della crisi.
Mi perdonerete se non ho fatto sfoggio delle mie numerose competenze in materia di economia; se ho tenuto per me le soluzioni per contrastare la crisi presente e imminente.
Mi scuso se non ho partecipato a Masterchef Casa.
Il format sarebbe anche valido: isolati in casa, cuciniamo come mai prima ed il giudizio sarà affidato a prove fotografiche.
In generale, mi scuso se non ho abusato dei social per far sapere il mio pensiero su qualunque argomento fosse inerente alla situazione.
Se non vi ho deliziati con lamentele da 130 caratteri; o con foto di torte, pizza e pane o animali che fanno...beh...gli animali.
Mi scuso se me ne sono stato quieto e tranquillo, cercando di interiorizzare questo momento per riuscire ad essere sereno.
Mi scuso se non ho reagito come un bambino, gridando di una libertà negata perchè non mi è stato concesso di correre, fare aperitivi, vedere gli amici.
Non mi scuso, invece, perchè sono riuscito a restare allegro anche se solo e fisicamente isolato dal resto. Se, per due mesi, ho cercato di essere forte per i miei congiunti (ho trovato il modo di utilizzare questa parola!!!) ma anche per me stesso.
Non mi scuso se son riuscito a programmare la mia giornata come se fosse normale, dedicandomi a formazione professionale ed hobby. Se mi sono preso cura del mio corpo e, sopratutto, della mia mente.
Se ho fatto tante dirette nelle quali ho cantato e suonato, letto Pinocchio per i bambini e improvvisato.
Non posso chiedere scusa se ho trasformato le mie IG Stories in 30 secondi durante i quali raccontarmi la giornata trascorsa, come se fosse stata piena di consuetudini e normalità, al pari di quelle di tre mesi fa.
Però, esiste sempre un "però".
Quindi...
Vorrei le scuse di chi, in diretta, finge che tutto sia pianificato.
Vorrei che si scusasse chi ci ha sedato con "fase 1", "fase 2" e succedanei.
Le scuse da parte di chi snocciola disponibilità economiche erogate dallo stato. Per tutti ma senza spiegare se ci saranno coperture o se, cosa peggiore, si creerà un debito che ci annichilirà in un secondo momento.
Mi dovrebbero porgere le scuse quelli che  ci hanno fatto i complimenti perchè siamo stati disciplinati. Dovrebbero scusarsi perchè non siamo, in toto, un popolo di scemi.
Alcuni di noi riescono a riconoscere quale sia il proprio dovere.
E questo DOVERE è l'essere cittadino responsabile.
E' vivere come cittadino ATTIVO quando la situazione ti chiede di non "attivarti" per vivere la quotidianità a cui si è abituati.
Per concludere, vorrei ringraziare chi mi è stato di supporto senza saperlo. Non siete tantissimi ma siete in numero sufficiente.
Chi, forse, ha capito che il mio non far pesare sugli altri miei pensieri negativi non voleva dire che non ne avessi.
Infine, mi ringrazio. Perchè so di non essermi inaridito, di esser migliorato (anche se di poco), di essere rimasto semplicemente ME.

Non mi scuso, mi scuso, chiedo scuse e ringrazio.
Facciamo che siam pari e ognuno a casa propria.
Questa mi è uscita male...



20 aprile 2020

Riprendo un vecchio post, mi immergo e provo a finirlo per ricominciare

Il cliché dell'anziano, oggi, è entrato nell'immaginario collettivo come una figura con le mani giunte dietro la schiena che osserva un cantiere. Meglio se dando consigli o commentando con i propri simili.
Io, purtroppo, ho ancora qualche anno prima di potermi unire a tale combriccola. 
Sono, però, troppo avanti con le lune per far parte del meraviglioso mondo dei gggiovani. 
I giovani di oggi vanno a comandare, comprano esami all'università, portano il cappello con la visiera dritta, o ciufferie che sfidano le leggi della fisica. 
Il giovane non ascolta musica. La subisce. 
Talent e radio lo addestrano a riconoscere solo determinate sonorità.
Gli "artisti" un po' seguono le mode, un po' le lanciano. Il confine è molto sottile. 
La sola cosa che conta è tenere l'ascoltatore in una zona di comfort auditivo. Quasi a non voler spaventare il fruitore medio che, per onor della verità, può anche non essere giovane.
Questo porta ad una situazione di stallo: da un lato, si perde la curiosità; dall'altro, si perde il motivo principale per fare "arte".
Chi ascolta resta in piedi senza scoprire niente di nuovo.
Chi produce si siede comodo sul divano del già sentito.
Non voglio dire che, anche in passato, la musica non fosse produzione e vendita di qualcosa ma, negli anni, il lato commerciale è diventato predominante. Forse, sarebbe più corretto dire "commerciabile".
In tutto questo, nutro una grande invidia per tutti quelli che: ascoltano la radio, "la musica mi piace tutta", "hai sentito l'ultima canzone di...", ecc...
Sono persone musicalmente ingenue con una grande fortuna: hanno tantissima musica da scoprire.
Spero prendano uno zaino, una sacco a pelo ed una tenda e si avventurino in un trekking a ritroso nel tempo che li conduca a conoscere artisti e dischi che, ad oggi, ignorano.

24 settembre 2016

Bianco, nero e grigio

La verità non è un concetto assoluto.
Mi correggo: la verità empirica non è un concetto assoluto.
Scientificamente, un esperimento può portare, se ripetuto in determinate condizioni non mutevoli, a risultati che si posso definire verità.
Nel mondo degli esseri umani, la verità è quasi sempre empirica.
Un esempio? Un esempio!
Se due persone mi raccontano lo stesso episodio, quest'ultimo potrebbe esser narrato in modi diversi.
Tutto questo può essere dovuto alla componente emozionale di chi lo ha vissuto (diversa per ciascun soggetto) oppure al fatto che tra le due parti esiste un contrasto.
Si passa, quindi, da verità oggettiva a verità soggettiva. Dovuta alle emozioni o ad una certa dose di partigianeria.
Un film al cinema può essere riportato in base alle emozioni (ed al gusto personale).
Una conversazione, invece, può essere narrata diversamente se sussiste una controversia. Oltre alla componente emozionale di cui sopra.
Nel secondo caso, il problema sta tutto nella situazione di stallo che si crea quando due soggetti non sono in grado di comunicare. Quando avviene il classico "dialogo tra sordi" o tra persone che parlano "lingue" diverse.
Quando non ci si "accontenta" di quanto ci viene detto. Quando non si prova, nemmeno per un secondo, a capire le ragioni dell'altro ma, in maniera del tutto egoistica, ci si incaponisce a considerare quanto succede, e viene detto, secondo il proprio modo di vedere il mondo o secondo schemi propri, che mirano alla semplificazione ed all'appiattimento dei dislivelli sfumati della realtà.

3 marzo 2016

I tre cerchi

Voglio essere una brava persona. E forse ci riesco. Voglio comportarmi sempre nel rispetto di chi mi sta intorno e prendendomi cura delle persone a cui tengo. Non sono tante e dovrebbe esser poco complicato, almeno a livello numerico.
Non voglio seguire esempi a me molto vicini. Esempi che il tempo ha lasciato indietro nella memoria ma che restano come monito permanente.
Non sono sempre stato così. Il mio malcelato egoismo mi ha fatto sempre mettere me stesso in primo piano. Certo, è ancora così, ma il benessere di chi fa parte del mio "cerchio della fiducia" voglio che assuma un valore maggiore.
Ammettere di essere egoisti, contrariamente a quanto credevo, non mi mette al riparo dall'esserlo.
Potrei allargare il mio "cerchio dell'egoismo". Fare una sorta di egoismo di gruppo, nel quale il benessere di più persone è quello di tutti.
Non saprei. Pare una cosa figa.
Io mi posso impegnare ma devo anche cercare di tener fuori dalla mia vita privata tutta una serie di categorie di esseri umani.
Quelle tipologie di bipedi che occupano spazio su questo pianeta e consumano l'aria.
Non le si può eliminare ma solo tenere ad una distanza di sicurezza: molto vicino.
Più vicino tieni le persone negative e meglio le puoi controllare, evitando che possano nuocere.
E siamo al terzo cerchio: il mio "cerchio delle persone inutili".


16 febbraio 2016

Dello scrivere

Scrivere è sempre stata una cosa che mi piace molto.
Ho scritto canzoni, piccoli racconti incompleti, lettere.
Ma anche post tipo questo.
Scrivere è sempre stata una cura incredibile. Spesso è stata un'urgenza che mi permetteva di buttare fuori alcune cose, per sentirmi più leggero.
Ecco! Se volessi dare una definizione sarebbe: scrivere è un'urgenza. Incontrollabile, inarrestabile e insopprimibile. 
Non tutti gli scritti sono uguali, chiaramente.
Una lettera, ad esempio, è, di per se, molto strana.
Parte dal presupposto che si stia parlando con qualcuno che, in quel momento, non è presente.
Questo qualcuno la leggerà per conto proprio. Quindi, il tempo e lo spazio che separano mittente e destinatario possono fare molta differenza per quanto riguarda la percezione del messaggio.  Inoltre, mentre si scrive, si immaginano le reazioni di chi leggerà. Su questo aspetto, si tenderà a tirare ad indovinare
Una canzone è tutto un altro sport. 
È, di solito, ispirata ad alcuni fatti. Pubblici o privati. E si arroga il diritto di esprimere il mio punto di vista in poche righe e parole. Parole che dovranno anche suonare!
Molte volte è stata una persona ad ispirare la canzone. Il classico: questa canzone l'ho scritta per...oppure...è dedicata a...
Come ho avuto modo di dire più volte, il bello di una canzone scritta per qualcuno è che, se tutto finisce, la canzone resta. Come un figlio. Lo fai in due ma poi sarà grande ed andrà via con le sue gambe. 
Un post è molto strano di per sè. Un blog è una sorta di diario ma, mentre scrivo, so che è pubblico e quindi leggibile da chiunque. Teoricamente. Questo mette un pò di freno ad una sincerità senza macchia. Diciamo che si potrebbe tendere ad omettere.
Ma forse è la vita che è così: preferiamo omettere piuttosto che guardare in faccia la realtà.

Momenti

Ci sono dei momenti nei quali è meglio impacchettare i propri pensieri e riporli in soffitta.
Ci sono momenti nei quali capisco che esternare sempre tutto non è una cosa che rende le cose facili, a me e agli altri.
Ci sono momenti nei quali le altre persone non han bisogno di filosofi.
Ci sono momenti nei quali non devo mollare ma solo fare un passo indietro perchè, continuare ad avanzare, non serve più a niente.
Ci sono momenti nei quali spero che altri SAPPIANO certe cose senza che io le debba ripetere allo sfinimento.
Ci sono momenti nei quali è meglio tornare ad abitare il proprio cono d'ombra.
E lì restare.
In silenzio.
Perchè si ha paura di nuocere mentre si vorrebbe fare bene.
Ci sono momenti che vanno aspettati e che arriveranno.
Ci sono momenti che non sono adesso.

14 febbraio 2016

Sono il nome del padre e del figlio

Io sono una cazzo di generazione di mezzo.
Non la mia generazione.
Sono proprio io ad esserlo.
Quelli della mia età hanno messo su famiglia.
Dopo aver sognato, per anni, il cane, la staccionata bianca, i figli ariani come nella migliore tradizione del mulinobianco, praticamente tutti si sono ritrovati con dei figli normali, con mogli (mariti) ingrassati dalla vita matrimoniale, a vivere in appartamenti senza staccionate e con animali domestici che cagano in ogni angolo.
E hai voglia a ritrovarti la mattina a far colazione tutti insieme e tutti sorridenti. Mi sa che non c'è proprio niente da ridere. L'educazione dei bambini, il lavoro, i conti di casa, le prossime vacanze , le cene dai suoceri: tutte cose che non fanno ridere per niente.
Però, Ramos, c'è l'amore e la condivisione!
Si, finchè non arriva il postino ventenne o la segretaria avvenente.
Naturalmente, sto generalizzando e nutro grossa stima per chi decide di condividere il resto della propria vita coinvolgendo anche terze persone basse che non lo avevano chiesto.
Io, dicevo, sono la generazione di mezzo.
Avrei l'età per finire come loro ma vivo come se avessi l'età di quelli nati un decennio dopo di me.
L'unico vantaggio è che lo faccio con la maturità di chi ha le proprie foto da piccolo stampate in bianco e nero.
Sono la generazione di mezzo.
Potrei essere il padre: sono attento, tendo a indirizzare i miei simili verso le scelte giuste, sono apprensivo, sono severo quanto basta, cerco di risolvere problemi anzichè crearli, mi assumo le mie responsabilità.
Potrei essere il figlio: sono sempre pronto a partire, adoro le novità, me ne fotto di quello che succederà nei prossimi anni, faccio scelte sbagliate ma oneste, tendo ad incasinarmi la vita, cerco di nascondere le mie responsabilità, non ho un piano a lungo termine, figuriamoci un piano B.
In ogni caso, sono onesto, qualunque sia il ruolo del momento. Anche se spesso credo non ci siano momenti ma sia tutto molto complesso. Credo di essere io, molto complesso.
Sono pesante ma anche leggero. Intelligente ma so far bene lo stupido.
Un buon esempio che mi riassume riguarda i miei gusti cinematografici: amo i cosidetti film d'autore e poco accessibili ma guardo anche le peggiori cagate mai prodotte dal supposto ingegno umano.
Insomma, sono ferro ma anche piuma, lavoro e ozio, affabilità e antipatia smisurata.
Sono la generazione di mezzo: sono il padre ed il figlio.
E per lo spirito santo? Niente. Mi accontento del vino.

13 febbraio 2016

Due facce della stessa medaglia

Roma. Seconda metà degli anni ottanta.
Sono sul 446 che risale via Cortina d'Ampezzo.
Sono con i soliti amici. Tra loro c'è un mio vicino di casa che, da un pò di tempo, ha un comportamento nei miei confronti che non mi piace per niente. 
Dalla mia bocca esce questo: "tu mi stai sul cazzo".
Toscana. Primo decennio del nuovo millennio.
Dopo un partita di basket, mi ritrovo con alcuni amici. Tra di loro c'è uno che, dopo avermi detto di considerarmi suo grande amico, è andato in giro a parlare male di me.
Lo prendo da parte e gli parlo. Gli dico, molto semplicemente, di smettere di parlare di me. Qualunque sia il modo. E che, se vuole essere mio amico come dice, ci sono delle regole di comportamento. Lui si mette a piangere. Non pensavo di far così paura.
I primi due aneddoti che mi vengono in mente per capire che, negli anni, sono arrivato alla conclusione che le cose bisogna dirle.
In questi due casi si tratta di cose non proprio piacevoli ma il tutto può essere allargato anche al bello che ci può essere.
Ho capito, negli anni, che, se voglio bene a qualcuno, glielo devo dire e dimostrare.
Ho capito che, se ad una persona ci tengo, non devo aver paura di scoprirmi.
Ho capito che, se ne vale la pena, non posso lasciar perdere. Posso aver pazienza ma non seppellire tutto dentro.
Ho capito che le cose belle vanno esternate. Certo, vale anche per le cose brutte ma con quelle è più semplice.
L'unico rischio è quello di scoprirsi, di rendersi vulnerabili, di mostrare il fianco per essere colpiti.
Ma sono stato colpito così tante volte che ormai rischio di non sentire più male. Solo un fastidio.
Nonostante questo sono diventato sempre più chiuso.
Credo sempre di vivere in un mondo che sta li e non vede l'ora di farmi a pezzi. Un mondo che mi vuole in posizione di guardia, pronto a colpire.
Invece, io voglio solo accarezzare e non colpire.
Voglio essere libero di esternare i miei pensieri ed i miei sentimenti. e poi vedremo quel che succede.
Le situazioni non sono tutte uguali, le persone non lo sono.
Per almeno due anni e mezzo ho imparato a bastare a me stesso. A non dover cercare altri che non fossi io. A fuggire determinate situazioni.
Ho vissuto solo a metà. Stavo bene? Si, certo. Ma ho sempre avuto la sensazione che qualcosa mancasse: un lampo, una scintilla, un bagliore che illuminasse il buio che ho dentro.
Quindi capire che essere onesti con se stessi e poi con gli altri, che dire quello che si pensa senza nascondersi, fa bene anche se è rischioso mi da una sensazione totale di leggerezza.
Il benessere dell'onestà ed il possibile malessere della vulnerabilità.
E' un pò come dice la canzone della band di Athens, Georgia: è la fine del mondo ma mi sento bene.

11 febbraio 2016

Aforismi #5

"Andrà tutto bene, alla fine. E, se non andasse bene, allora, credetemi, significa che non è arrivata ancora la fine..."
(Marigold Hotel)

Aforismi #4

Il segreto sta nello smettere di combattere il vecchio, se si vuole costruire il nuovo. 

(Questa arriva da Socrate)

10 febbraio 2016

Aforismi #3

Mai fidarsi di un uomo che non piange mai. Nasconde sempre qualcosa.

9 febbraio 2016

Premettendo che

Io vorrei capire il gusto che si può provare nell'ascoltare il rap italiano contemporaneo.
Io ricordo i 99 Posse ed i Sangue Misto: roba nuova e bella potente. Artisti in grado di avere una propria identità ben definita.
Quindi, davvero, come si possono apprezzare i moderni rapper?
Premesso che sembrano vocalmente tutti uguali. 
Premesso che a livello ritmico sembrano tutti uguali. 
Premesso che i rapper nostrani son fatti con lo stampino: vengono dalla strada, hanno avuto una vita difficile ma ne sono usciti e adesso ci spiegano la vita, l'amore, la droga e la figa. 
Premesso che ormai le strade dovrebbero essere deserte perchè da lì vengono tutti. 
Premesso che fare la brutta copia del rapper che viene dai ghetti americani fa parecchio tristezza.
Premesso che i testi, al di là della capacità di fare rime, sono agghiaccianti per argomenti trattati e modi per trattarli. 
Ecco, premesso tutto questo, credo non serva aggiungere altro: le premesse già spiegano tutto. 

Scala di valori

Una donna quando si ammala, anche con la febbre a 40, continua la propria quotidianità in maniera normale. Magari sta male, è rallentata, ma va avanti.  Chiaramente, attaccandola a tutti quelli che incontra.
Un uomo misura la propria temperatura su una scala da zero a "mi hanno sparato". Avvicinandosi quasi sempre al massimo. 
Tira fuori vestaglie improponibili per stare in casa, pretende brodo di gallina anche se non gli piace, si aggira per casa come se fosse stato colpito da un meteorite. 
I capelli arruffati e lo sguardo vitreo sono la sua maschera di carnevale. 
Il rumore delle sue ciabattone sul pavimento ricorda il T-Rex di Jurassic Park. Quando non rinuncia a camminare ed inizia a pattinare. Come Nancy Kerrigan ma dopo l'aggressione del 1994.
Il letto diventa il suo trono e la TV l'amico che gli è mancato per anni. 
Proprio la TV regala il peggio. 
Costretto, o auto-costretto a stare a letto, finisce per vedere qualsiasi programma. 
Barbara d'Urso diventa la sua eroina instancabile e, pur di vedere 22 ominidi coi mutandoni che corrono dietro ad una sfera, si ritrova a guardare improbabili partite di improbabili campionati under 10 che vengono trasmesse, via satellite, dalle televisioni straniere. 
La sola cosa da fare sarebbe lasciarlo morire da solo. Come i gatti.
In un letto di dolore e briciole...

8 febbraio 2016

Mexican Standoff

Da una recente riunione di condominio nel mio cervello è emerso quanto segue.
Il mio subconscio mi ritiene incompleto. E gli piace che io lo sia.
Io ritengo di esserlo. E non mi piace.
Io cerco di completarmi.
Lui cerca di lasciare tutto com'è.
Un pò come la vita. Ci sono sempre punti di vista differenti.
Il mondo, gli accadimenti, gli altri e me stesso li posso vedere secondo gli strumenti di cui son stato dotato.
Alcuni me li ha dati la natura; altri, le mie esperienze.
Questo varia molto la percezione che io, rispetto ad un'altra persona, posso avere della stessa situazione.
Questo può portare a non capire in pieno un punto di vista che non sia il proprio.
E ancora una volta, natura ed esperienza, nel loro mix esplosivo, mi possono rendere o meno interessato a capire.
Se ne vale la pena, cerco di capire e tengo duro.
Altrimenti, mollo.
Il guaio è che io non mollo mai. Anche quando la testa direbbe di farlo, ecco arrivare la pancia (o il cuore, se preferiamo una visione più emozionale) che si mette nel mezzo e stabilisce le mie priorità.
Forse perchè così faccio felice il mio subconscio, rimanendo in una situazione di stallo totale e incompletezza.
Ed ecco una nuova versione di stallo alla messicana: subconscio, io ed il mondo.
Ed in quella che sembra solo confusione, ma non lo è, resta sempre un altro "a domani".

7 febbraio 2016

A volte

Ci sono alcune volte nelle quali mi trovo a dover fare una cosa totalmente nuova.
Magari una cosa che ho visto fare ma che non ho mai provato.
Ecco! Io adoro fare cose nuove. Mi creano una sorta di ansia gioiosa.
Da un lato mi chiedo se ne sarò in grado.
Dall'altro, non vedo l'ora di mettermi alla prova e immagino come potrebbe essere.
La realtà è sempre diversa ma questo non mi impedisce di farlo.
Ogni passo è una sfida. Ogni sfida è un grido d'allarme contro me stesso. Una prova alla quale mi sottopongo volontariamente. Un modo per sentire che sto vivendo e non passando il tempo. 
A volte, vinco. A volte, pareggio. A volte, ci provo e basta. A volte, provarci è la sola vittoria concessa.  

Spaziati e poi spezzati...anzi piegati

Il fatto di trovarsi sul confine per dichiarare le proprie intenzione ha un suo fascino.
Mi piace capire le cose. Mi piace dar loro un senso. Mi piace che lo abbiano.
Non mi piace non capire cosa sta succedendo. Non mi piace il non riuscire a tirare le fila delle situazioni. Non mi piace fallire tentando di ricomporre uno strappo.
Non mi piace fallire.
Mi piace provare con tutte le mie possibilità.
Non in tutti i campi. Quasi sempre quando si tratta di esseri umani.
Resta sempre il dubbio, però, di non aver fatto abbastanza, di non aver detto abbastanza, di non aver preso una strada che poteva portare in un posto migliore.
Il dubbio è quel che resta. Non rimane lo sbagliare o meno. Quando sono in buona, ottima fede non posso sbagliare ma il dubbio resta lì. E' una goccia che scava nella roccia che riveste il mio petto. Filtra nelle sue crepe. Arrugginisce le armature scintillanti che indosso.
Allora provo a ridurre tutto alla logica. A razionalizzare per capire. Ma, come capita ogni tanto, la ragione serve a poco. Non "aver ragione" ma il "ragionare sulle cose".
Tutto, come inizia, poi finisce. Tutte le cose belle hanno una scadenza. Provo a posticiparla ma la realtà dei fatti mi ha insegnato che le cose vanno così come devono andare.
Il baratro irrazionale, però, diventa ingestibile quando sono le cose belle che si autolimitano e si autoditruggono.


"...e intorno tutto va come è sempre andato, e forse andrà sempre così. Tutto è prevedibilissimo, l'ho già vissuto in cento film tutti uguali e mi sento il personaggio di un libro che non mi piace e odio l'autore che mi fa fare queste cose che detesto e non mi fanno minimamente sentire felice e..."

2 febbraio 2016

Di sbilanci, sfide e...

Ho questa terribile abitudine a fare sbilanci delle cose.
Si, sbilanci.
Fare un bilancio è troppo facile: nasconde sempre la velata speranza che sia in attivo o, al limite, in pari.
Lo sbilancio, invece, presuppone una lunga lista di cose a sfavore, di cose che non mi piacciono, di cose che non vanno, di cose da regolare.
E tutte queste sono quelle da aggiustare.
Il guaio è che, durante la stesura della lista, vengo colto da una sensazione di sconfitta e sconforto. Ecco...una persona normale, probabilmente, prenderebbe la cosa in maniera negativa. Io la vivo come una sorta di sfida. Entro in quella che io chiamo amabilmente "modalità sfida".
Fare uno sbilancio non vuol dire esser pessimisti. Vuol dire essere realisti. Vuol dire analizzare una situazione partendo dal peggio che c'è. Solo in quel momento posso cominciare a decostruire quel che non mi piace per ricostruire quello che di buono mi interessa.
Non dico sia un modo facile per affrontare le situazioni ma mi permette di applicare un paradigma tanto complicato, quanto banale: problema - soluzione.
Ad ogni problema corrisponde una soluzione.
Esiste la soluzione che risolve ed è la via migliore.
C'è, poi, la soluzione che permette di tollerare. E' una via sul filo dell'equilibrio instabile ma comodo. Un problema che non può essere risolto, necessità di essere governato e gestito. La mente permette di fare questo, apportando continui aggiustamenti ed enormi "chi se ne fotte". E' la regina delle sfide. E' quel lasso di tempo che mi fa sentire vivo, attivo, abile, ingegnoso. E' la somma di quei momenti nei quali mi accorgo che la roba contenuta nella mia scatola cranica ha un suo bel motivo di starci. 
Infine, troviamo la soluzione inesistente. Il modo peggiore di sicuro. Quando soluzione non c'è, resta solo la cancellazione del problema. E, quindi, della situazione. Odora parecchio di resa e di sfida persa ma ci sono casi nei quali la miglior vittoria è una sconfitta onorevole.
In ogni caso, non abbandono mai prima di averci provato. Non abbasso mai le braccia prima che la campanella suoni la fine del match.
"...escape is never the safest path..."

28 gennaio 2016

Mañana, baby

Ho aperto questo blog il 24 aprile 2008.
Inizia così:
Mi presento...allegro, introverso, stronzo, degenere, esagerato, semi-soddisfatto, incazzato, felice, drastico, incerto, netto, brutale, silenzioso, ubriaco, stanco, sobrio, depresso, minimalista...
Da allora ho scritto più di 200 post. Credo siano, incluso questo, 207.
Da allora sono anche cambiato un pò.
Comunque...
Circa due post al mese e non sono poi molti.
Ho parlato di vita, musica, cinema e, sopratutto di me stesso.
Ho trovato uno spazio nel quale il mio ego si possa esprimere senza contraddittorio.
Un luogo virtuale nel quale poter demonizzare quello che mi succede.
Scrivere, per me, è sempre stato momento assoluto di catarsi.
Un continuo buttare fuori quello che ho dentro.
Il punto è: praticamente nessuno ne conosce l'esistenza.
O meglio, le persone che sanno di questo posto si contano sulle dita di un paio di mani. Almeno credo.
Chi lo ha scoperto per caso e chi è stato informato da chi adesso sta scrivendo. Questa seconda categoria (e parte della prima) contiene quegli esseri umani che, dopo attenta valutazione, ho voluto far entrare nella mia piccolissima cerchia.
Spesso mi sono chiesto se fosse il caso di renderlo un pò più pubblico ma ho sempre avuto paura di scoprirmi. Lo ritengo un luogo troppo privato.
Diventasse di dominio pubblico finirei per perdere fluidità e un altro pò di sincerità. Perchè, parliamoci chiaro, un diario "pubblico" non può essere scritto di getto e visceralmente al 100%.
Da quest'ultima cosa nasce l'avvertenza di queste pagine: questo sono io. Non tutto quello che scrivo è vero o preso dalla realtà. Non tutto quello che penso, lo scrivo.
Credo per lasciare un margine di dubbio su cosa possa essere reale e cosa no (anche se so bene che...no vabeh...niente...).
Quindi, forse, un giorno mi deciderò a "pubblicizzarlo".
Quale sarà questo giorno non lo so.
Potrebbe essere domani o mai.
Mai dire mai.
Mai dire domani.


Sure baby, mañana.
It was always mañana.
For the next few weeks that was all I heard
mañana a lovely word and one that probably means heaven




JK

26 gennaio 2016

Kampai!

Mi è stato detto che sono indecifrabile.
Premesso che ritengo di non essere un mistero insondabile, è una cosa su cui ho riflettuto.
Ma facciamo un passo indietro.
Da piccolo, ero sicuramente un bambino solare, allegro sempre, propenso all'intrattenimento del prossimo: un casinista di prima classe.
Poi sono cresciuto e credo che l'aver cambiato città in una fase della vita, che molti definirebbero formativa del carattere, abbia inciso. E non poco.
Ogni volta dovevo ricominciare. A conoscere gli altri e a farmi conoscere. Forse, mi sono trovato al punto di dover decidere di chiudermi perchè ero stanco di "imparare". Chiaramente, in maniera del tutto inconsapevole.
E così, dai 15 anni, sono diventato introverso, ombroso, solitario con parsimonia.
E' probabile che questo sia uno dei motivi.
In aggiunta, ritengo di essere una persona che non ama mostrare debolezze o slanci particolari. Non amo manifestare gioia, tristezza, rabbia, rancore, amore, in maniera troppo evidente.
Tendo a tenere tutto dentro. Ad avere un guscio esterno, parzialmente opaco, che serve a contenere quello che definirei un tumulto.
E' così che mi sento spesso: un'anima che ribolle.
Da fuori, sono misurato, pacato, quieto.
Dentro, ci sono volte in cui mi sento esplodere. Sia in positivo che in negativo.
Non mi definirei un trattenuto perchè quando voglio esterno. E lo faccio con immacolata chiarezza. Però, lo faccio quando ne vale la pena. Tendo ad esporre e difendere le mie idee ma a tenere al sicuro i miei pensieri. Per difenderli.
Una doppia difesa.
Per esemplificare...
Se non ricordo male, in un romanzo di Baricco, ci sono un lui che beve the da una tazza ed una lei che, a sua volta, beve dalla stessa tazza. Ma quest'ultima, nel farlo, la gira per bere nello stesso esatto punto in cui lui aveva bevuto. Gesto meraviglioso ma fatto di nascosto, per non farsene accorgere.
Ecco, temo di esser così: uno che certe cose le vive di nascosto dagli estranei perchè non voglio che perdano il valore che hanno se condivise con il mondo.

22 gennaio 2016

Riabilitare la normalità

Oggi riflettevo sul concetto di normalità.
Troppo spesso la si confonde con la banalità.
Faccio un esempio.
Il barbone incolto, di per sè, è normale: copre il viso dal freddo, è il risultato di mesi dominati dalla non voglia di radersi, ecc....
Il barbone ipercurato da hipster è banale. E' una cosa che esiste perchè va di moda. Non è una barba incolta ma è frutto di ripetute visite in un barber shop. E su questa cosa potrei aprire un intero blog.
La normalità è, a volte, vista come una cosa negativa, noiosa e, appunto, banale.
Credo, invece, che la normalità sia necessaria perchè possa esistere la straordinarietà.
Come il concetto di bene avrebbe poco senso senza quello di male, così un vivere normale ci permette di avere momenti straordinari.
Quelle impennate improvvise di cui è costellata l'esistenza.
Quel sentirsi, anche solo per un attimo, baciati dal fato.
La normalità, ripetuta, fugge dall'abitudinarietà banale perchè spinge verso la ricerca dell'inaspettato.
A volte basta un momento epico per ridare senso alla propria vita. O meglio, una serie di momenti a lungo cercati e, ogni tanto, trovati.
Possono durare anche un attimo ma potrebbe essere proprio quell'attimo che vale la pena di esser vissuto.
Del resto, ho sempre avuto il sospetto che si viva aspettando l'onda perfetta